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giovedì, 29 febbraio '24

La Costruzione Della Nazionalità Indiana: Nazioni Ed Etnie

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Pubblicata martedì, 31 gennaio '12

Gli indiani del Nordamerica appartengono a circa 300 lingue diverse e sono divisi in riserve grandi e piccole che vengono percepite attualmente come delle patrie, anche se la maggior parte degli indiani americani vive in città e molti di essi siano, a tutti gli effetti, da considerarsi detribalizzati. Il nostro scopo è di scoprire se si possono applicare agli indiani le nozioni di nazione e nazionalismo, se essi si percepiscono come un’unica o più nazioni, se i loro vicini e i non indiani in generale li considerano come nazione separata e se esiste un corpus legale, che li considera non solo e genericamente come minoranza, ma come nazione/i.
Non c’è alcun dubbio che, nell’immaginario collettivo, le cosiddette tribù indiane siano percepite come un qualcosa di unico, che esista quello stereotipo di tipo nazionale, “l’indiano medio”, come esiste lo stereotipo dell’italiano, del tedesco, dell’irlandese e così via. Questo è tanto più vero, con l’aiuto di Hollywood e dei media, in una società fortemente etnicizzata come quella nordamericana.
Già in queste poche righe, peraltro, ci scontriamo con parole da definire come “nazione”, “etnia”", tribù”, a cui dovremo poi aggiungere “razza”; quindi procederemo ad esaminare le definizioni correnti per vedere se si applicano agli indiani americani. Il nostro problema sarà poi quello di vedere come gli «abitanti del villaggio primordiale dove tutti si conoscono» (Anderson 1996:25) , si sono trasformati in nazione/i.
L’idea di nazione, secondo Petrillo, «è un concetto proprio della cultura europea, che l’ha diffuso in tutto il mondo, ma risulta del tutto indefinibile in modo scientifico. Esiste tuttavia innegabilmente un’idea “nazionalitaria”, ossia l’autoidentificazione di comunità di persone (variamente denominate) aventi tratti comuni come, in tutto o in parte, lingua, religione, costumi, territorio di residenza stanziale. Tale idea, formatasi nei secoli, divenne pienamente cosciente nella cultura europea in seguito alle guerre napoleoniche (1797-1813)» (Petrillo 1995:25).
José Gil (1980:823-852) afferma che «la nazione è un’idea relativamente recente» che, in quanto idea alla quale corrisponde una precisa realtà giuridico-politica, «assume forma compiuta nel secolo XVIII in Europa. Se la rivoluzione francese trasferisce costituzionalmente la sovranità dal re alla nazione (1791) – seguendo ed evidenziando le esperienze delle rivoluzioni inglesi del 1644 e 1688 e della dichiarazione d’indipendenza americana (1776) – è perché l’idea di nazione è il luogo più adatto per definire questo tipo di potere: la nazione è un’entità autosufficiente e originale, in cui si cumulano gli elementi necessari per diventare la base della sovranità politica». Queste caratteristiche derivano giuridicamente dal diritto naturale moderno (Althusius, Grozio, Hobbes, Locke, Pufendorf, Rousseau), che «opera una cesura radicale con il diritto naturale relativo di san Tommaso, dissacrando il fondamento della legge». Alcuni principi comuni delle varie dottrine che giungono a formare l’idea di nazione sono l’associazione, il patto o il contratto sociale, per cui gli uomini abbandonano lo stato di natura e iniziano la vita sociale, cedendo i propri “poteri naturali” a una sovranità sociale. In questo senso la società è priva di origini, si è creata con i propri mezzi e non vi è più peccato originale che segni l’inizio dell’umanità. L’origine dell’uomo è perciò pura e la sua natura innocente. Oltre a ciò, mediante il contratto sociale si costituisce una società politica: l’instaurarsi della società va automaticamente di pari passo con l’istituzione del potere statuale e in certi autori società e stato addirittura si confondono. Alla fine del Settecento il termine nazione ha l’accezione di «una comunità politica compiuta e naturale, cioè un corpo comunitario compiuto politicamente come se esso fosse una società funzionante in modo naturale alla stregua di un organismo o un essere appartenente alla natura». La nazione, però, è anche la conseguenza del trasferimento a un corpo legislativo degli attributi della sovranità regale. I giuristi legati al re e, prima di loro, i teologi della Chiesa, elaborarono a poco a poco il diritto monarchico, come i teologi avevano fatto per quello canonico; fra le idee elaborate vi è quella di nazione, «idea della comunità sotto il potere del sovrano, che doveva essere definita partendo da lui, mantenere certi legami con lui, essere sentita e rappresentata in stretto rapporto con lui». Nell’Inghilterra anglicana del Cinquecento, in particolare, i teorici della monarchia svilupparono l’idea dei “due corpi del re”, quello naturale e quello politico, spostando impercettibilmente il significato di alcune nozioni del diritto canonico e della teologia medievale e trasformandole in concetti nuovi, tesi a definire meglio il potere secolare del re. “Bisogna cercare in quest’ambito l’origine territoriale di “nazione”, risalendo al “corpo mistico” della Chiesa del secolo XII. Per esempio, Kantorowicz ripercorre il cammino della parola “patria” che, caduta in disuso nell’alto medioevo (aveva conservato solo il significato religioso di “patria celeste” o “regno di Dio”) ricupera, dopo le Crociate, il senso di un territorio in cui si esercita il potere monarchico (soprattutto quello di riscuotere imposte): la difesa della patria da parte delle forze del re (donde la necessità delle imposte) si pone come naturale conseguenza della difesa di Gerusalemme, città santa, “patria del cristiano” (che va di pari passo con l’imposizione dei tributi). La “patria”, fino alla rivoluzione francese, avrà poi una funzione decisiva, all’interno del discorso filosofico e politico, nel far nascere il significato moderno di “nazione”. I giuristi, favorendo la secolarizzazione dello Stato, collegavano la collettività dei sudditi non più alla Chiesa e perciò al corpo di Cristo, ma al corpo del re. Il modello diventava quindi il corpo umano, come nell’apologo latino dei patrizi e dei plebei, solo che adesso è il re che è assimilato alla testa e intorno a questo modello si costituiscono anche altri concetti, come quello di patria, di cui il re è il padre. I contenuti fortemente emotivi della “patria” si trasferiscono nella “nazione”, “quando la “patria”, terra natia, collettività concepita sul modello della famiglia, con antenati, padre, tradizioni, si sarà liberata dalla zavorra dei suoi tutori e della sua genealogia. Così la nazione nasce solo quando il corpo politico si sarà conquistato la completa sovranità, che gli conferirà lo status di entità autosufficiente. La precipitazione semantica del termine “nazione” si ferma a partire dal XVI secolo, quando esso trascina sempre con sé il senso di “comunità politica specifica”, senza connotazioni mistiche e religiose e tale caratteristica sarà essenziale nel senso che “nazione” assumerà più tardi, quello di identificazione sociale. La nazione sostituirà il fattore personale, il corpo del re, con un concetto, quello del corpo collettivo separato dal monarca, anch’esso in grado di dare un volto alla comunità. Infatti “nazione” differisce da “popolo” e da “patria” in quanto designa invariabilmente una collettività organizzata, distinta dalle altre, e organizzata perché distinta. Anche negli usi più generici di “nazione”, dove il termine si identifica quasi completamente con “popolo”, esso contiene in più l’idea di una coesione che, pur non implicando questa o quella forma di organizzazione politica, ha una solidarietà interna che le viene di fatto dal differire da altri complessi dello stesso tipo. E tale solidarietà interna non è essenzialmente culturale (come per il termine “patria”), ma innanzi tutto politica, in senso lato. Questo concetto si svilupperà completamente dall’Ottocento in poi. «La nazione è la società politica edificata a mano a mano che si costruisce lo Stato. Ad esso essa è intimamente legata, come pure all’altro fattore decisivo nello sconvolgimento dell’ordine sociale tradizionale, l’industrializzazione»(Petrillo, ibidem).

La domanda che sorge ora è se esistevano le nazioni in America al tempo della scoperta oppure esse sono state “inventate” dagli europei e si sono poi venute formando a seguito dell’interazione con le potenze coloniali, in particolare l’Inghilterra, e soprattutto della sovrapposizione coercitiva di modelli euro-americani e sono quindi un fenomeno recente. Vediamo come era la situazione in quelle che Pierre Clastres (1977) chiama le “società contro lo Stato” , che, come ha ben dimostrato Donald Leland, non per questo erano necessariamente egualitarie (Leland 1996:145-168) Analizzando i cambiamenti culturali provocati dall’impatto europeo sulle istituzioni culturali native tra il 1000, quando il primo vichingo norvegese pose piede in America e il 1800, quando i neonati Stati Uniti hanno preso forma costituzionale e sono ormai terminate le convulsioni post-rivoluzionarie, Cultures in Contact ci presenta una serie di saggi che ci permette di capire la natura delle società indiane del lato orientale del Nordamerica,all’inizio del cosiddetto periodo storico e nella fattispecie nel XVI e inizio del XVII secolo.
Parlando dei cambiamenti culturali sulla frontiera del New England meridionale tra il 1630 e il 1665, P. A. Thomas afferma:

    «Dal momento in cui gli inglesi giunsero in Nuova Inghilterra fino al XX secolo, sia gli amministratori coloniali che la maggioranza degli scrittori successivi hanno visto le “tribù” indiane nella Nuova Inghilterra meridionale come unità politiche ben definite con leader riconoscibili e confini territoriali identificabili (vedi, per esempio, Alden Vaughan 1965:53). Dopo aver passato in rassegna catene specifiche di eventi storici durante il XVII secolo, però, diventa evidente che la persistente unità tribale è puro frutto dell’immaginazione. Come entità sociali, politiche ed economiche, la maggior parte dei gruppi indiani nella Nuova Inghilterra meridionale rientrano in un tipo di società “egualitaria” (Service 1975:47-70) che Marshall Sahlins (1968) ha definito come “tribù segmentaria”. Come tale, l’unità politica, sociale ed economica primaria era il villaggio, che era spesso organizzato intorno a uno o più lignaggi, sostenuti da un contingente semi-mobile di amici e parenti. La “tribù” come tale era episodica. In generale, quello che definiva una tribù segmentaria era la cooperazione tra comunità in risposta a pressioni esterne. In retrospettiva, è quasi impossibile definire le affiliazioni “tribali” della maggior parte dei villaggi indiani della Nuova Inghilterra. … Come ho notato, nessuna unità politica più grande del villaggio agiva insieme in modo coerente nella valle del Connecticut. Le “tribù” squakheag, pocumtuck, norwottuck, woronoco e agawam erano semplicemente delle entità-villaggio. Oltre a ciò, il fazionalismo si sviluppava all’interno degli stessi villaggi. Le famiglie controllavano le risorse, fossero mais, pellicce o terra. A Norwottuck, Woronoco e Agawam alcune famiglie si avvantaggiarono commerciando con gli inglesi pellicce e poi la terra, perseguendo scopi che erano in contrasto con quelli di altri membri dei loro villaggi. Parlare di motivazioni pocumtuck o di strategie norwottuck, come se tutti i membri della comunità fossero d’accordo, significherebbe consapevolmente modificare la realtà. Parlare di politica indiana tribale senza riconoscere tale frammentazione, il fazionalismo e le alleanze mutevoli tra famiglie e villaggi, può portare a interpretare in modo sbagliato il periodo del Contatto nella Nuova Inghilterra meridionale. … Senza questo riconoscimento, molti scrittori hanno visto le tribù indiane che agivano e reagivano semplicemente al cambiamento della politica inglese senza altra motivazione oltre l’autoconservazione contro l’occupazione coloniale (Jennings 1975:145, 227, 255, 287, 315). Io suggerisco che alcuni leader indiani non furono meno colpevoli di qualche inglese nel perseguire l’ingrandimento del proprio potere a spese in ultima istanza di altri membri della loro società» (Thomas 1985:131-157).

Nonostante un gran numero di società indiane si trovasse allo stadio sociale ed economico degli algonchini della Nuova Inghilterra, molte altre si erano organizzate in entità più complesse, socialmente stratificate, che vengono chiamate dagli antropologi “chiefdoms” o “capitaniati”; tra questi, oltre i piccoli “principati” della Costa Nordovest del Pacifico, vi sono i “regni” del Sudest, di cui i più famosi sono quelli dei Natchez della Louisiana e dei Powhatan della Virginia, molto più complessi ed estesi territorialmente. Come esempio parleremo dei Powhatan, la tribù di Pocahontas, che cessò di esistere come entità politica entro il 1646, sconfitta dalla superiore capacità economica e militare inglese, seguendo le conclusioni di E. R. Turner:

    «Riassumendo l’organizzazione socio-politica powhatan agli inizi del XVII secolo esistevano tre maggiori livelli di status – capo supremo, capo distrettuale e non capo. Il livello del non capo era ulteriormente diviso in preti e sciamani, consiglieri e guerrieri importanti e, infine, gente comune. La posizione di capo e, probabilmente, di prete era ereditaria. Il capo supremo e i preti principali, almeno, non partecipavano alla produzione della sussistenza. Era attiva una complessa gerarchia redistributiva e i capi erano in grado di confiscare merci specifiche. Le insegne di rango erano osservate attraverso una significativa gamma di abiti e ornamenti e i capi avevano i loro attendenti, guardie del corpo e oratori. La pratica della poligamia era largamente ristretta ai capi. E’ stato notato anche il controllo dei processi socio-regolatori da parte dei capi con chiara capacità di infliggere punizioni secolari. Ulteriore prova di un complesso sistema di rango era l’accesso ristretto ai templi e ai magazzini sotto il controllo di un capo, dato che normalmente solo i capi e i preti potevano visitare queste strutture. Esistevano marcate variazioni di pratiche funerarie, con il collocamento nei templi limitato ai capi, i cui corpi erano associati a numerosi articoli di distribuzione limitata. Infine sia gli schemi di insediamento che di organizzazione comunitaria dei Powhatan sono coerenti con quello che ci si aspetta da un chiefdom (cioè centri cerimoniali e politici attorno a cui ruotano centri minori e villaggi tributari, N. d. T.). Si può concludere che il capitaniato powhatan era una società orientata sulla parentela in cui le prerogative del capo erano primariamente protette e sanzionate attraverso lo status soprannaturale dei suoi antenati. La presenza di status ascritti e gerarchie organizzative è chiaramente documentata. Tuttavia, il grado di complessità socio-culturale non aveva raggiunto quello di una società statale stratificata, dato che erano assenti effettive differenziazioni di classe politiche ed economiche » (Turner 1985:207-208)

Non c’è alcun dubbio che il concetto di nazione non si può applicare a nessuna delle società agricole neolitiche nello spettro che va dalle “tribù” della Nuova Inghilterra con i loro sachem (capi) e powwow (sciamani) al chiefdom Powhatan, pur con tutti i suoi gruppi tributari. Ancor meno si può applicare, evidentemente, alle società cacciatrici raccoglitrici in uno stadio tecnologico paleolitico.
Il capitolo tragico e oscuro delle guerre fomentate dalla caccia agli schiavi, che i militanti nazionalisti indiani cercano di ignorare nel modo più assoluto, ci conferma ulteriormente che gli indiani non si potevano considerare una sola nazione. Le tribù aggredivano le tribù e vendevano i prigionieri a inglesi, francesi e spagnoli e da questo gioco al massacro talvolta si salvarono quelli che furono più feroci e aggressivi contro i propri vicini.

Parlando del sorgere della potenza dei commercianti delle Caroline tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, J. Leitch Wright, Jr. osserva:

    «Molto prima delle grandi scorrerie schiaviste della Guerra della Regina Anna (1702-1713) i Caroliniani avevano provocato ostilità allo scopo di assicurarsi prigionieri. I savannah combattevano i westo, i lower creek calarono sugli apalachees, i machapunga sorpresero i coree, gli yamasee diedero la caccia ai timucua e così via. … Erano gli aborigeni che catturavano la maggior parte degli schiavi. Gli spagnoli a San Augustìn si lamentarono più volte che gli yamasee e altri indiani filo Carolina sorprendevano i villaggi circostanti, colpendo senza preavviso nel cuore della notte come esperti scassinatori, muovendosi velocemente da una casa all’altra, scegliendo solo le donne e i bambini più sani e robusti, scomparendo poi nella foresta prima che gli uomini indiani e le truppe potessero organizzare qualche resistenza. Una ragione per cui gli attaccanti avevano tanto successo era che le loro mogli o i loro parenti spesso vivevano in questi villaggi, fornendo informazioni e servendo come guide» (Leitch Wright 1981:140-142).

Queste osservazioni ci fanno capire chiaramente che l’identificazione e la distribuzione della lealtà di gruppo avveniva soprattutto a livello di famiglia estesa e di clan. Quando un villaggio indiano era in guerra con i bianchi, un altro villaggio della stessa “tribù” poteva benissimo essere in pace. Se avvenivano incresciosi episodi per cui un villaggio “pacifico” veniva attaccato dai bianchi, ciò avveniva spesso perché erano i bianchi che identificavano gli indiani come “tribù” o “nazione” e quindi erano ostili a tutti quelli identificati come tali.
Le guerre intertribali che insanguinarono l’America orientale furono anche caratteristiche dei territori oltre il Mississippi dopo il 1800. «Le guerre intertribali furono sfruttate dai bianchi, ma erano endemiche nelle Grandi Pianure da secoli” osserva lo storico T. W. Dunlay (1982:110) nel suo libro sugli esploratori indiani impiegati dall’esercito degli Stati Uniti alla fine delle guerre indiane e aggiunge: “Studiosi competenti hanno concluso che sono morti molti più indiani nelle guerre intertribali del XIX secolo che nelle guerre contro i bianchi». Spesso, anzi, i bianchi rappresentarono una risorsa per le tribù piccole o peggio armate. In molti casi i capi trovarono che i nemici indiani rappresentavano una tale minaccia alla loro sopravvivenza che qualsiasi problema creato dai bianchi sembrava loro del tutto secondario. I teton sioux, ad esempio, erano una tale minaccia per i malcapitati che si trovavano sulla strada del loro espansionismo, che molte tribù si allearono contro di loro e con i bianchi, mentre altre restarono neutrali e si rifiutarono di aiutarli. «E’ evidente che gli indiani che combatterono per l’esercito contro altre tribù non si consideravano rinnegati o traditori di un ipotetico popolo “indiano”. … In qualche caso l’esercito rappresentava la sopravvivenza stessa» (Dunlay 1982:125) Gli scout indiani servirono virtualmente in ogni teatro e in ogni conflitto indiano oltre il Mississippi e, anche se il modo e l’efficacia con cui erano impiegati potevano variare, difficilmente l’esercito americano tentò di farne a meno.

    «Spesso gli scout combatterono un numero sproporzionato di scontri e di frequente rappresentarono la differenza tra il successo e la frustrazione. Talvolta il cliché dell’arrivo della cavalleria giusto in tempo per salvare i malcapitati commilitoni o i civili venne rovesciato e la cavalleria fu salvata all’ultimo minuto dagli indiani. Anche se l’utilizzo quasi universale degli scout testimonia della loro efficacia, alcuni bianchi non riuscirono mai a superare i dubbi sulla loro lealtà, specialmente quando gli scout impiegati erano strettamente collegati per lingua e cultura agli “ostili”.… Quelli più strettamente associati agli scout indiani, comunque, in generale testimoniarono sulla serietà in cui essi prendevano il giuramento di arruolamento e i loro obblighi come essi li percepivano» (Dunlay 1982:200).

E’ evidente, da quanto detto, che non si può applicare il concetto di nazione agli indiani non solo al tempo del contatto, ma anche molto più tardi e cioè fino alla fine delle guerre indiane, quando gran parte delle “azioni di polizia” condotte dall’esercito vennero grandemente rese più efficaci dalla presenza di ausiliari indiani. Questo è particolarmente vero soprattutto nelle guerre Apache, dove guerrieri della stessa “tribù” potevano trovarsi come combattenti tra gli ostili e, non molto dopo, arruolati nell’esercito contro i propri amici. Inutile dire che gli Apache non avevano idea di essere delle tribù o delle nazioni finché non glielo imposero gli americani. Erano invece gli ufficiali americani che spesso avevano dubbi sul possibile “tradimento” dei loro ausiliari indiani, perché applicavano loro ragionamenti di tipo nazionalista.

La parola «nation», nazione, secondo il Webster’s Ninth New Collegiate Dictionary, entra nell’inglese nel XIV secolo e proviene dal latino natus, participio passato di nasci, che passa nella lingua inglese tramite il francese medievale nation, e il cui significato (2) arcaico è: gruppo, aggregato e quello principale, moderno è: 1) a) “Nazionalità, una nazionalità politicamente organizzata; b) una comunità di persone composta di una o più nazionalità e che possiede un territorio più o meno definito e un governo; c) una divisione territoriale contenente un corpo di persone di una o più nazionalità e di solito caratterizzata da dimensione relativamente grande e status indipendente. Il significato 3) è: una tribù o federazione di tribù (come gli indiani americani).

Il Webster’ Third New Collegiate Dictionary è ancora più specifico: i primi due punti sono pressoché uguali a quelli del Ninth, poi il dizionario aggiunge al punto 3 il senso di gruppo di studenti che formano un corpo relativamente indipendente in una università medievale e comprende studenti provenienti (nati) da una particolare località o regione, una classificazione che è ripresa in Scozia dalle università di Glasgow e Aberdeen e, infine, al punto 4 afferma: a) tribù: una federazione di tribù (come quelle degli indiani americani); specificamente: una che ha una certa misura di coesione politica (quella parte della nazione Shawnee che abita l’alto corso del fiume Savannah – Geraldine De Courcy) (le cinque nazioni degli Irochesi); b) il territorio occupato da tale tribù o federazione di indiani americani. Come sinonimo di nazione il dizionario americano Webster offre: razza.
Non c’è nulla in queste definizioni del termine nazione riferito agli indiani americani che si differenzi in modo sostanziale dalle definizioni arcaiche e medievali. Gli indiani sono un aggregato umano che è «nato» nel territorio che abita e ha una certa misura di coesione. In questi termini gli inglesi e i francesi nominano «nazioni» i gruppi indiani che incontrano; come afferma Hobsbawm,

    «sembra chiaro che l’evoluzione semantica tendeva a sottolineare il luogo o il territorio d’origine, il pays natal d’un’antica definizione francese che spesso e volentieri diventa, se non altro nell’accezione dei tardi lessicografi, l’equivalente di «provincia»; mentre altri sottolinea prevalentemente il gruppo comune da cui si discende, andando pertanto nella direzione dell’etnia, come nel case dell’insistenza olandese sul significato primario di natie, ossia di «totalità degli individui ritenuti appartenere al medesimo “stam“» (Hobsbawm 1991:21) .

Le pretese nazionali e spesso indipendentiste degli indiani attuali si basano su un altro concetto di nazione, come vedremo, la cui nascita è storicamente datata:

    “L’equazione nazione = Stato = popolo, e in particolare popolo sovrano, rapportò la nazione al territorio dato che la struttura e la definizione degli Stati erano diventate sostanzialmente territoriale. Implicava inoltre una molteplicità di Stati-nazione costituiti su questa base, quale necessaria conseguenza dell’autodeterminazione popolare. Come affermato nella Dichiarazione dei Diritti del 1795 in Francia: «Ogni popolo è indipendente e sovrano, quale che sia il numero degli individui che lo compone e l’estensione del territorio che occupa. Questa sovranità è inalienabile» (Hobsbawm 1991:24).

E’ in base a idee simili che gli estensori della Costituzione del 1787 avevano iniziato con il famoso “We, the people“. E’ anche in questo senso, mutuato dalle rivoluzioni americana e francese, pur senza volerlo riconoscere, che il noto esponente dell’American Indian Movement, Ward Churchill, afferma: «I vari popoli indiani americani residenti nel territorio ora conosciuto come Stati Uniti sono nazioni entro la più rigida definizione legale» (Churchill1991:86) .
L’Inghilterra, un tipico stato multietnico, nel XVI e nel XVII secolo trovava perfettamente concepibile che il re non fosse neppure inglese e che non lo fossero gran parte dei suoi sudditi. E’ perciò coerente che gli indiani, pensati come nazioni dipendenti, se non come sudditi, siano stati trasformati giuridicamente in entità legali capaci di fare un trattato per liberare un territorio dal cosiddetto titolo indiano e garantirne l’occupazione legale (agli occhi delle potenze europee rivali). Gli indiani rientravano, quindi, all’interno del “corpo politico” del re come tributari o presunti tali. La Corona fece inviare una serie di doni al capo Powhatan la cui accettazione avrebbe dovuto comportare il riconoscimento del tributo da parte del capo. Questo evento si ripeté nel caso di una discendente di capo Powhatan, Cockacoeske “regina” dei Pamunkey della Virginia, che venne risarcita dei danni subiti durante la cosiddetta Ribellione di Bacon nel 1680. Altri capi fedeli vennero premiati con doni calibrati puntigliosamente a seconda dell’importanza politica e del rango. “Così parecchi dei gruppi indiani tributari dovevano essere posti sotto il dominio dei Pamunkey e tutti i tributari dovevano risolvere le differenze di opinione attraverso l’arbitrato di fronte al governatore” (McCartney 1989:184) .
La tecnica della “nazione favorita” che è riconosciuta preminente di una rosa di tributari venne applicata con molta efficacia dagli inglesi con la Lega degli irochesi, la cui entità politica è tanto frutto di uno sviluppo autoctono quanto della fantasia dei politici coloniali e dei Soprintendenti inglesi. Questa politica portò alla Pennsylvania e a New York notevoli vantaggi e concretizzò la presenza inglese nella valle dell’Ohio (area dell’attuale Pittsburg) in funzione antifrancese.

L’etnia, un soggetto sfuggente

Alla fine degli anni Settanta era diventato di moda, tra l’intellighenzia di Manhattan essere “etnico”; è il trionfo dell’hyphenated American , l’americano con il trattino, come italo-americano, irlandese-americano, afro-americano, contro il melting pot, il crogiolo assimilazionista e omogeneizzante che era stato propagandato come meta agli immigrati più o meno recenti e alle associazioni per la gente di colore. Ancora nel 1968 i ministri del culto neri rifiutavano il concetto di razza sostenendo che Dio aveva creato una sola razza, la razza umana, ma già nel 1973 si usava il termine “gruppi etnici” per descrivere i neri e gli altri. Durante gli anni Sessanta l’esistenza del movimento politico nero, da quello per i diritti civili alle Pantere Nere, provocò il passaggio dei neri da “razza” a “etnia” e ciò, di converso, causò l’etnicizzazione dei bianchi, degli asiatici e degli indiani.
Secondo molti antropologi fisici, la parola «razza», come termine biologico, non si applica alle popolazioni umane e gli scienziati sociali trattano le razze come categorie sociali o culturali.

    «Per l’uomo comune che usa il termine «razza», esso classifica gli esseri umani secondo presunte differenze biologiche e, per lo più, li posiziona su questa base come superiori e inferiori. Si crede che il bagaglio biologico di un individuo si manifesti nel suo aspetto fisico e in particolare nel colore della pelle, il tipo di capelli e la forma del naso. Si presume che gli individui esibiscano differenze di carattere, personalità e intelligenza biologicamente determinate. Quelli considerati membri della stessa razza dovrebbero essere sostanzialmente simili fisicamente, moralmente e nel comportamento» (Blu 1980:204) .

La «razza nera» non era considerata un gruppo dai bianchi, ma solo una collezione di individui, che erano tutti presunti biologicamente simili, mentre il gruppo etnico è, secondo l’interpretazione della Blu della mentalità popolare della North Carolina e in generale del Sud degli USA, una comunità morale, un gruppo di interessi e non soltanto un aggregato di individui. La categorizzazione etnica popolare riferita dalla Blu classifica gli individui come membri di gruppi che si distinguono gli uni dagli altri sulla base di una “eredità” o background comune, formato cioè dalla nazionalità degli antenati, lingua, razza, religione, costumi, eventi storici o una combinazione di questi elementi. Tuttavia gli immigrati europei dell’Ottocento e del primo Novecento vennero classificati con un vocabolario razziale da quelli che già vi risiedevano.
Max Weber elaborò la nozione di «gruppi etnici» o «comunità etniche», usando gli ebrei europei e i neri degli USA come estremi esempi di comunità paria in una società stratificata in caste. Egli separa analiticamente i due aspetti, quello concettuale e quello sociale, che sono fusi nella definizione popolare riportata dalla Blu:

     «La credenza nell’affinità di gruppo, non importa se ha un fondamento obiettivo o no, può avere importanti conseguenze specialmente per la formazione di una comunità politica. Chiameremo “gruppi etnici” quei gruppi umani che intrattengono una credenza soggettiva nella loro discendenza comune a causa di somiglianze nel tipo fisico o di costumi o entrambe le cose o a causa  di ricordi di colonizzazione e migrazione; questa credenza deve essere importante per la propagazione della formazione di gruppo; di converso, non importa se esiste o no un’oggettiva relazione di sangue» (Weber in Blu 1980:205).

Secondo Hobsbawm (1991:72-76) l’etnia è

    «qualcosa che sta in una qualche, non ben definita, relazione con la comune origine e la discendenza da cose dalle quali si suol far derivare le caratteristiche comuni degli appartenenti a un determinato gruppo etnico». «Parentela» e «sangue» presentano evidenti vantaggi quando si tratta di accomunare gli appartenenti a un gruppo e di escluderne gli estranei: sono pertanto un elemento centrale nel caso del nazionalismo su basi etniche».

 Egli ricorda le parole di un nazista austriaco secondo cui la “cultura non la si può acquisire con l’istruzione. La cultura è nel sangue”. Vedremo come gli indiani ondeggino tra il concetto di cultura e quello di sangue nella propria autodefinizione. Come sottolinea Gellner, il collegamento di un popolo con una cultura maggioritaria dotata di scrittura e con l’intermediazione di una religione a estensione mondiale consente ai gruppi etnici di acquisire un patrimonio ideologico che li può aiutare a diventare in seguito nazione. Gellner fa l’esempio dei gruppi africani che hanno sviluppato il loro nazionalismo, ma queste considerazioni valgono, come vedremo, anche per gli indiani americani (Gellner 1985:96) .
La nozione di etnia risale, nella cultura occidentale, all’uso che gli antichi greci facevano dell’uso del termine ethnos, che corrispondeva a una categoria politica contrapposta a quella di polis. Polis aveva una connotazione individuante e positiva; ethnos, invece, una connotazione fluida e in qualche modo peggiorativa.

    «Per i greci, infatti, polis connotava la comunità omogenea per leggi e costumi, mentre ethnos designava sia i greci che non erano organizzati in villaggi (per esempio i pastori), sia i «barbari», coloro che non parlavano la lingua greca. L’ethnos designava un popolo dalle istituzioni «indistinte», cioè non dotato di istituzioni capaci di integrarne la vita sociopolitica. Questa connotazione «difettiva» del termine ethnos si manterrà nella storia dell’Occidente sino all’età moderna. L’etnia finirà infatti per assumere, in quest’epoca, le caratteristiche di una «nazione per difetto» o di nazione «diminuita», «incompiuta». Il termine di paragone è, dalla fine del Settecento, la nazione che, come ha detto Ernest Gellner, si presenta come il correlato dell’esistenza di uno Stato con confini definiti, in cui le élite al potere dettano i principi ideologici dell’identità a cui sono tenuti a conformarsi coloro che abitano entro quei confini (Gellner, 1985a). L’etnia, invece, è costituita da individui che aspirano a diventare nazione» (Fabietti 1996:27) .

La Blu osserva che razza ed etnicità sono intrecciate all’interno sia delle concezioni popolari che di quelle dei sociologi.

     «Da un lato, l’etnicità è talvolta vista come un fattore nella razza quando i profani aggiungono dei fattori culturali agli aspetti fisici definenti della razza. Dall’altro, la razza è spesso riconosciuta come un fattore di background nell’etnicità. … Anche tra i sociologi la razza permea le classificazioni etniche. Grazie a Michael Novak (1971), ora abbiamo il termine “etnicità bianca” in riferimento ai polacco-, italo-, greco-, slavo-americani» (Blu 1980:209).

Mentre l’etnicità diventava più di moda nei circoli accademici e nell’opinone pubblica generale e un numero maggiore di persone la vedevano come un aspetto positivo della propria personalità, la razza diventava sempre meno accettabile socialmente. Si assiste così anche in America al fenomeno di de-biologizzazione della razza, dove gli aspetti razziali di un gruppo etnico vengono sottolineati come mai prima e si fa appello agli aspetti «culturali» della razza.
Negli Stati Uniti e in Canada (in misura sempre maggiore) l’identità etnica può, per certi versi essere opzionale; se una persona vuole stare all’interno di una identità etnica, ovviamente deve avere degli antenati di quella identità, ma se gli antenati appartengono a identità diverse, si può legittimamente assumere quella che si preferisce. Naturalmente la scelta sarà influenzata da fattori esterni, come la stima sociale e le circostanze individuali. Qualcuno può anche insistere sul possesso di più di un’identità etnica. Vedremo che questo è un tema particolarmente sentito dagli indiani; un buon esempio ci viene da Michael Dorris autore di romanzi best seller e antropologo di ascendenza modoc, un gruppo indiano della California, che viene, in tutta serietà, definito “di ascendenza francese, modoc e irlandese” nella presentazione del suo articolo intitolato Mixed Bloods (Sanguemisto) su Hungry Mind Review:

     “Il mio defunto padre era indiano per via di vari gradi (di sangue) tramite entrambi i genitori, i quali erano loro stessi discesi attraverso la storia da un occasionale antenato inglese o francese. Mia madre è un’unione di merletto irlandese del Kentucky e svizzero dell’Indiana … dovettero andare in California per sposarsi. Io, come risultato, avevo molti parenti che erano più scuri di me e alcuni che erano più chiari e io potevo render conto di ogni tratto del mio essere tramite il riferimento a un pool genetico differente e coordinato nel colore“.

Per questo motivo Dorris, che per aspetto sembrava un irlandese, aveva di solito introdotto personaggi di ascendenza bi o tri-razziale nei suoi libri.
Ci sono però delle limitazioni alla scelta dell’etnia, secondo l’opinione popolare; uno non può cambiare totalmente la sua identità etnica, può solo optare all’interno di una scelta limitata, perciò il solo modo per cambiare identità assumendone una a cui non si ha titolo è di “passare“, cioè fingere di essere chi non si è ed è il solo modo per cambiare il proprio status razziale, una realtà per la quale non c’è rimedio. Molti indiani hanno finto di essere bianchi e molti mulatti chiarissimi hanno cambiato razza abusivamente quando queste etnie erano socialmente ai gradini più bassi, per migliorarsi e, talvolta, poter accedere agli studi. E’ il caso di molti individui tri-etnici (meticci indiani-bianchi o indiani-neri, indiani-neri-bianchi), come Lunga Lancia Figlio del Bisonte, la cui carriera di «indiano» finì tragicamente con un suicidio oppure, oggi che essere indiano comporta diversi vantaggi economici e ideologici, è il caso dei famigerati wannabe (da: I want to be, vorrei essere), bianchi che assumono un’identità indiana, perché hanno “da qualche parte” un antenato indiano. Altri sono bianchi che invece si “convertono” all’indianismo, cioè imitano lo stereotipo indiano e aderiscono alle varie etichette New Age. Gli indiani “autentici” vedono questi individui come fumo negli occhi e lanciano continuamente anatemi contro di loro, come ladri di religione e, perciò, di identità etnica e nazionale.

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Blu, Karen I., The Lumbee Problem. The Making of an American Indian People, Cambridge University Press, Cambridge 1980, p. 204.
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Dorris, Michael, Mixed Bloods, in Hungry Mind Review. An Independent Book Review, http://www.bookwire.com/hmr/Review/dorris.html


FONTE:  http://www.veneto.antrocom.org/blog/


COMMENTI

  Gattanera
martedì, 31 gennaio '12
GERONIMOOOOOOOOOOOOOOOOOO!
io sono pienamente d'accordo con Petrillo...e aggiungo che la rivoluzione industriale ci ha rovinati! e chi se ne frega del termine "nazione" quando si dovrebbe parlare di "umanità intera"???!!!.................siamo Uno!!!!

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