NATIVI

Cultura dei Nativi Americani

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Giuseppe il Vecchio

Tu-eka-kas

Tribù: Nez Percé Nato: 1800 a ?? | Morto: 1871 a Valle di Wallowa
Giuseppe il Vecchio

Alla fine degli anni trenta del xix secolo, arrivò nell'Idaho il reverendo Spalding, un missionario, che fu accolto dagli indiani del posto, specie dai Nez Percé, molto amichevolmente. Ebbe così occasione di conoscere uno dei più importanti capi della tribù, Tu-eka-kas, che, dopo il battesimo, prese il nome cristiano di Joseph. Tu-eka-kas, un Coyuse di nascita che aveva sposato un indiana Nez Percé, era un uomo molto volitivo e di ampie vedute, che fondamentalmente diffidava degli Americani e delle loro intenzioni. Tuttavia, negli anni e nei decenni seguenti, ebbe un comportamento pacifico, pur mettendo in guardia la sua gente (come Kamiaken) dall'accettare regali dagli Americani, perché avrebbero potuto significare più tardi che gli Americani si sarebbero comprati il paese. Quando, nel 1855, si tenne la grande riunione di Walla Walla, Giuseppe il Vecchio vi prese parte, ma rifiutò di firmare un trattato. Suo figlio Giuseppe raccontò in seguito:

Mio padre non volle avere nulla a che fare con questa riunione, perché voleva rimanere un uomo libero- Non voleva che nessuno si impossessasse anche di una parte di terra e nessuno poteva vendere ciò che possedeva. Il signor Spalding prese mio padre per un braccio e disse: «Vieni a firmare il trattato!». Mio padre lo respinse e disse: «Perché pretendi che io rinunci alla mia patria con un segno di penna. Dovresti parlare con noi di cose spirituali e non esortarci a lasciare il nostro paese».

Tutti gli altri tentativi di spingere Giuseppe il Vecchio a sottoscrivere il trattato fallirono.

Non voglio firmare il tuo pezzo di carta! Vai dove vuoi... Non sono un bambino, so perfettamente pensare da solo!

Durante la guerra delle tribù del Nord-Ovest, i Nez Percé di Giuseppe il Vecchio rimasero neutrali, più tardi Giuseppe il Vecchio però mise a disposizione degli americani i suoi Scouts. Fu per questo che gli Americani firmarono un trattato con i Nez Percé in cui assicuravano alla tribù "pace eterna". Ma non durò a lungo. Nel 1853, vi fu un importante incontro di tutti i Nez Percé con l'Incaricato per gli affari indiani nel territorio, A. J. Cain. Alla fine della guerra i Nez Percé avrebbero dovuto liberare la regione che era stata indicata nel trattato del 1855 e avrebbero avuto in cambio denaro, attrezzi agricoli, oltre a macine, fucine e altre attrezzature. Lawyer, il capo corrotto, accettò subito, mentre Giuseppe il Vecchio rifiutò con decisione. I suoi timori si dimostrarono fondati. Le promesse degli Americani, negli anni successivi, si dimostrarono vane. E, quando all'inizio degli anni sessanta fu trovato l'oro nel paese dei Nez Percé, migliaia di cercatori d'oro, avventurieri e coloni, sciamarono nel paese e Giuseppe il Vecchio dovette usare tutta la sua autorità per trattenere i suoi guerrieri dall'attaccarli. Gli Americani chiesero nuove trattative a cui Giuseppe il Vecchio, sdegnato, non volle partecipare. Ma nel maggio del 1863 si arrivò comunque a un incontro, nel corso del quale il traditore Lawyer ebbe comunque ancora la meglio. I mediatori americani conclusero un nuovo trattato che prevedeva che i Nez Percé avrebbero rinunciato a più di due terzi del loro paese, tra cui la splendida valle di Wallowa. Giuseppe il Vecchio rifiutò di accettare questa decisione insensata, ma altri capi, probabilmente corrotti e con a capo Lawyer, firmarono il trattato. Naturalmente Giuseppe il Vecchio non riconobbe questo trattato che avrebbe fatto perdere, a lui e alla sua gente, la patria. Per evitare qualsiasi "errore" da parte dei bianchi circondò la zona, con le sue stesse mani, con una palizzata.

Questo è il paese del mio popolo... all'interno dei suoi confini è nato il nostro popolo, contiene le tombe dei nostri padri e noi non consegneremo mai queste tombe.

Fierezza e amore sconfinato per la patria erano i principali tratti distintivi di Giuseppe il Vecchio, che trasmise anche a suo figlio, che lo avrebbe superato quanto a fama. A questo si aggiungeva una naturale fiducia in Dio e una profonda devozione che si esprimeva anche con il richiamo con cui svegliava ogni mattina la gente del suo campo:

Alzatevi! È giorno! Ringraziamo il Grande Spirito di essere vivi.

Negli anni seguenti, mentre Giuseppe il Vecchio diventava vecchio e debole, si mise sempre più in mostra suo figlio. Della morte di suo padre racconta:

Mio padre mi mandò a chiamare. Mi accorsi che stava per morire e gli presi la mano. E lui mi disse: «Figlio mio il mio corpo torna alla madre terra e presto la mia anima se ne andrà per incontrare il Grande Spirito. Quando me ne sarò andato, pensa al tuo paese! Tu sei il capo di questo popolo. Si aspetta da te che lo guidi. Ricordati sempre che tuo padre non ha mai venduto la sua terra. Devi chiudere le orecchie se ti propongono un trattato per vendere il tuo paese. In pochi anni saresti circondato dai bianchi. Hanno preso di mira questo paese! Figlio mio non dimenticare mai le parole di tuo padre e di tua madre!».Strinsi la mano di mio padre e gli promisi di difendere la sua tomba con la vita. Mio padre sorrise e se ne andò nei paese del Grande Spirito. Lo seppellii nella valle meravigliosa in cui zampillano le acque. Amo questo paese più di tutto il resto del mondo. Un uomo che non ama la tomba di suo padre è peggio di un animale feroce.

Alla morte del padre, Giuseppe divenne capo dei Nez Percé che vivevano nella valle di Wallowa.

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