NATIVI

Cultura dei Nativi Americani

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Barboncito

Yich'i-'dah yilwo

Tribù: Navaho Nato: nel 1808 a Canyon de Chelley | Morto: nel 1870 a Canyon de Chelley
Barboncito

Barboncito era nato nel cuore del territorio Navaho, nel Canyon de Chelley e discendeva dal clan Jemez. Era quindi figlio di una delle donne Jemez che avevano trovato rifugio dai Navaho, quando molti uomini della loro tribù erano caduti in battaglia. Da giovane guerriero gli fu dato il soprannome di "uomo con i baffi" a causa della crescita della barba che non era frequente tra gli indiani e anche gli americani conoscevano Barboncito come Mr. Whiskers. Il suo vero nome era però Yich'i-'dah yilwo', che significa all'incirca "colui che corre avanti"'.
Barboncito viene descritto come un uomo prudente, amante della pace, che gli americani stimavano molto e vedevano in lui, in parte anche per calcolo, il capo più importante dei Navaho. In realtà dopo la morte di Long Earrings, i capi più rappresentativi della tribù erano tre: Delgadito e Manuelito, oltre a lui. Ognuno di questi capi aveva un considerevole numero di seguaci e aveva quindi a disposizione la necessaria forza militare per intraprendere spedizioni di guerra sempre più grandi. Una di queste li portò fino a Santa Fé, dove rubarono molte pecore e massacrarono tutto ciò che trovarono sul loro cammino. Dopo la firma di un oscuro trattato tra il colonnello Bonneville e l'agente Collins, da una parte, e Herrero the Blacksmith, dall'altra, Manuelito e Barboncito non vollero più tollerare i bianchi nel loro paese. All'alba del 30 aprile del 1860, attaccarono con duemila guerrieri Fort Defiance. Dopo due ore di durissima battaglia i Navaho dovettero cedere alla superiorità dei cannoni e si ritirarono nei loro canyons, quasi inaccessibili, con la convinzione di aver dato una lezione agli americani. Dopo mesi di guerriglia che non avvantaggiò né i Navaho né gli americani che utilizzavano scouts Zuni e Ute, desiderosi di vendicarsi, all'inizio del 1861 si giunse alle trattative tra il colonnello Canby e i capi Navaho.
Seguì un periodo di calma e quando, lo stesso anno, i soldati lasciarono improvvisamente Fort Defiance. i Navaho esultarono e considerarono l'abbandono come un successo della loro politica. Non sapevano che nel frattempo era scoppiata una sanguinosa guerra tra Stati del Nord e quelli del Sud. L'Est del New Mexico si schierò con l'Unione che dichiarava di essere contro la schiavitù, il che più tardi però non impedì loro di mettere in atto una spietata politica di annientamento nei confronti degli indiani. La zona Ovest fu invece a fianco degli Stati confederati e si dissociarono con il nome di Arizona. Dal momento che il trasporto dell'oro passava da California e New Mexico, il governo di Washington fece ogni sforzo per porre fine alle spedizioni e agli attacchi di Navaho e Apache.
Il generale Carlton, un ufficiale dell'esercito, marciò con un folto gruppo di volontari dalla California al paese dei Navaho. Aveva l'ordine di non fare trattati e tanto meno impegnarsi in trattative con gli indiani. Ai suoi occhi i Navaho erano animali feroci a cui si poteva accordare la stessa fiducia destinata ai lupi sulle montagne. Tuttavia si rese conto di non essere in grado di fare la benché minima azione contro i Navaho con i suoi volontari che erano del tutto inesperti della guerra indiana. Si rivolse perciò a Kit Carson, il famoso scout e Agente per gli Indiani, che gli indiani chiamavano "Rope Thrower" per la sua abilità nel lancio del lazo. Kit Carson mise insieme un reggimento di volontari, formato da posatori di trappole, scouts e allevatori di pecore, che furono scelti anche in base al loro odio mortale per i Navaho. L'ordine era di uccidere tutti gli uomini Navaho e di fare prigionieri donne e bambini. Dopo la loro resa, Carleton aveva deciso che i Navaho sarebbero stati trasferiti in una riserva a est del New Mexico, nella zona di Rio Pecos. Gli spagnoli cimavano quel luogo Bosque Redondo, gli americani Fort Sumner, dal nome di un piccolo forte che vi si trovava. Dopo che, nel 1863, gli Apache Mescalero erano stati trasferiti a Bosque Redondo, Carleton e Carson sollecitarono un incontro con i capi Navaho, che si erano fermati a Cubero. Carleton raccontò agli indiani le solite favole, come molti altri rappresentanti degli Stati Uniti prima e dopo di lui, parlando di un paese fertile che dava ricchi raccolti.
Mentre i Navaho Enemy erano pronti a trasferirsi, Barboncito che era divenuto uno dei migliori oratori della sua tribù, non accettò la proposta di Carleton sostenendo che i Navaho erano forti quanto i bianchi e volevano pascolare tranquillamente le loro greggi nella loro prateria. Fu di nuovo guerra: i Navaho attaccarono di nuovo i soldati e i convogli dei rifornimenti, facendo ricchi bottini di capre, cavalli e generi alimentari. Speravano, inoltre, di logorare i bianchi con attacchi continui, anche se le loro speranze si dimostrarono ingannevoli, perché Kit Carson non era disposto a rinunciare tanto in fretta. Puntò dritto in territorio navaho e fece ricostruire Fort Defiance che, una volta abbandonato, era andato in rovina. Agli indiani mandò il messaggio di venire al forte, dove sarebbero stati nutriti e trasferiti a gruppi a Fort Sumner, dove avrebbero poi potuto vivere. Quando vide che il suo invito era rimasto inascoltato, ordinò al maggiore Cummings di dare fuoco a tutti i campi e agli alberi da frutto dei Navaho e di rubare il bestiame, ma un guerriero Navaho, con un colpo preciso, pose fine a questo crudele tentativo. Gli americani aumentarono allora i loro sforzi, devastarono il paese, uccisero e scotennarono qualsiasi indiano incontrassero.Per sfuggire alla furia dei soldati e degli scouts Ute e Zuni, loro alleati, una parte di Navaho si rifugiò dagli Jemez, gli altri dagli Apache in Arizona, alcuni gruppi dell'Ovest si unirono a Manuelito, nel Grand Canyon, mentre altri , andarono nelle Navaho Mountains, a nord. Il resto, al comando di Barboncito e Delgadito, rimasero nel Canyon de Chelley, ma la distribuzione dei loro mezzi di sostentamento e l'inverno incombente, costrinsero i capi a dichiararsi disposti a trattare, ma quando Carleton ne fu informato rifiutò il colloquio. Delgadito si consegnò, mentre Barboncito e i suoi rimasero in montagna. Carson, infuriato, cominciò a preparare un nuovo attacco contro i testardi Navaho. Ma nel frattempo, l'astuto Barboncito attaccò i muli di Carson, li rubò e li macellò per farne scorte di carne. Tuttavia non fu in grado di resistere a lungo e alla fine dovette arrendersi. Nel marzo del 1864, i Navaho, con carri trainati dai buoi e mandrie di bestiame, si mossero da Fort Defiance per Fort Wingate sul Rio Grande, per arrivare in fine, dopo una lunga sosta nei pressi di Albuquerque, a Fort Sumner sul Rio Pecos. In questa regione Carleton volle creare una riserva indiana modello ma la fece con un'impostazione completamente staccata dalla realtà, perché gli mancava qualsiasi conoscenza del modo di vivere e della mentalità dei Navaho. L'operazione, inoltre, fu organizzata molto male, in quanto il villaggio progettato per gli indiani non era ancora stato costruito e per giunta Bosque Redondo apparteneva ai Comanche, che naturalmente attaccarono i Navaho e rubarono loro circa duecento cavalli, il che portò a nuove e continue scaramucce. Tre anni dopo era ormai chiaro che Carleton con i Navaho aveva fallito, infatti questi ultimi che non potevano trovarsi assolutamente bene in questa nuova prateria, pretesero di tornare nel territorio della loro tribù, sulle Chuska Mountains. Il governo americano che aveva impiegato dieci milioni di dollari nell'impresa, incaricò il generale Sherman di cercare di sistemare la faccenda. Nel maggio 1868 ripresero le trattative tra il generale Sherman e Barboncito, che i Navaho avevano eletto portavoce e che in quest'occasione dimostrò tutta la sua capacità oratoria e abilità diplomatica. Quando Barboncito prese la parola non mancò di esporre la tragica situazione della riserva.

Per il fatto di essere trasferiti qui, la nostra gente ha dovuto subire molte perdite. Molti sono morti e anche molto del nostro bestiame è morto. I nostri nonni non avevano esperienza del modo di vivere fuori dalla nostra patria e io non ritenevo giusto andare a vivere in luoghi a noi sconosciuti. Alla creazione dei Navaho ci furono mostrati quattro montagne e quattro fiumi, tra cui avremmo dovuto vivere... Dai nostri antenati ci fu detto che non avremmo mai dovuto porre il campo a est del Rio Grande o a ovest del San Juan e io credo che la causa della morte di molti di noi o di molti dei nostri animali sia la nostra venuta qui... Subito dopo essere stati condotti qui, iniziammo a scavare canali di irrigazione (io stesso ho collaborato), scavammo tutti i canali che vedete qui. Abbiamo fatto tutto ciò che ci avete chiesto... Non ci siamo mai rifiutati di portare a termine un incarico. Siamo stati portati su questa terra che non è fertile, noi piantiamo semi ma non cresce nulla, delle greggi che abbiamo portato con noi, solo una piccola parte è ancora in vita. Quando siamo stati qui abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere, ma ci siamo accorti che era tutta fatica inutile. Per questo abbiamo rinunciato, per quest'ultimo anno non abbiamo coltivato più nulla e non abbiamo tentato di fare altro. Abbiamo messo i semi nella terra, ma non cresceva nulla più alto di due piedi. Non ne conosco la ragione, ma non credo che questa terra sia adatta a noi. Sappiamo come si irriga e come si coltiva, ma qui non riusciamo a far crescere nessun tipo di cereali... Sappiamo anche come si alleva il bestiame e come si cura. I commissari devono convincersi che non abbiamo quasi più pecore e cavalli, perché quelli che abbiamo portato con noi sono quasi finiti. Tutto ciò ci ha reso così poveri che non abbiamo mezzi per comprarne altri. Molti di noi una volta erano benestanti ora nelle loro mani non vi è più nulla su cui dormire se non sacchi. Alcuni di noi naturalmente hanno ancora un piccolo gregge, ma niente di simile a ciò che possedevano qualche anno fa quando vivevano nel nostro vecchio paese... Quando potevamo vivere a modo nostro, eravamo felici, avevamo molto bestiame che non dovevamo che far pascolare. Quando avevamo bisogno di carne, non avevamo che da macellarli... Qualche anno fa. quando alzavo il capo vedevo solo greggi intorno a me, ora mi angoscia non vedere più un solo animale intorno a me... Non riesco a sopportare che tutte le nazioni intorno (penso a Messicani e Indiani) siano contro di noi. credo che il motivo sia che noi lavoriamo. Se avessimo i mezzi, potremmo cavarcela meglio di Messicani e Indiani. Lo scorso inverno appresi che sarebbe venuta una commissione, ne sono stato contento e ora che è qui sono curioso di conoscere il motivo della loro venuta. Noi abbiamo spiegato i motivi per cui non vogliamo rimanere qui. Se oggi potessi tramutare il mio pensiero in azione, oggi ringrazierei il generale di cuore e penserei a lui come a un padre e a una madre... Come vedi sono un uomo grande e robusto e prima di invecchiare e di ammalarmi desidero rivedere il luogo dove sono nato... Desidero partire e vedere il mio paese. Quando saremo riportati in patria vi chiameremo padre e madre... Parlo a nome di tutta la tribù, degli animali, dal cavallo al cane, persino a nome di chi non è ancora nato. Tutto ciò che hai udito è la verità e l'opinione di tutta la tribù. A me pare che un generale possa fare tutto, come un Dio. Quindi spero che farà per gli indiani tutto ciò che è in suo potere, perché questa speranza che esprimo a voce possa muovere i miei piedi. Ti parlo, generale Sherman, come se parlassi ad una divinità e desidero che tu mi dica se possiamo tornare nel nostro paese.

Se il brutale Sherman si fosse sentito lusingato dalle parole di Barboncito o se si trattasse invece di direttive del governo americano per portare la pace a meno in questo angolo di territorio non si sa, in ogni caso il generale accolse le richieste del capo Navaho, che rispose euforico:

Quando saremo di nuovo nel nostro paese, tutto risplenderà di nuovo e i Navaho saranno felici come il loro paese. Nuvole nere arriveranno e pioverà a sufficienza. Crescerà il grano in abbondanza e tutti saranno felici.

Il 1° Giugno 1868, fu firmato a Fort Sumner il trattato tra Stati Uniti e Navaho, che sanciva che i Navaho avrebbero ricevuto una riserva nella loro vecchia patria1 Due settimane dopo i Navaho si misero in cammino, accompagnati dal maggiore Dodd, il nuovo Agente degli Indiani, e da un reparto militare. Misero il campo a Fort Wingate, ormai il calvario dei Navaho a Bosque Redondo era finito. II maggiore Dodd spiegò ai capi che vi era una collina a loro destinata ma che le misure per i confini della riserva non erano ancora state prese, del resto anche l'agenzia la cui sede era stata prevista a Fort Defiance, non era stata ancora costruita Fu per questo che entrarono nella riserva solo nel novembre 1868 ma rivedere la patria fu triste. I loro hogan erano caduti, gli alberi da frutta abbattuti, i campi incolti e solo molto lentamente i Navaho poterono riprendere il loro ritmo di vita. Barboncito fece tutto ciò che gli fu possibile per facilitare il nuovo inizio infondendo coraggio alla sua gente e mantenendo pace e ordine Quando nel 1870 morì i Navaho persero con lui uno delle loro migliori guide, specie per la sua abilità nelle trattative e per la sua intelligenza, a cui dovevano il privilegio ottenuto solo da alcune tribù: avere una riserva nella loro terra d'origine.

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