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Cultura dei Nativi Americani

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Black Kettle

Motavato

Tribù: Cheyenne del Sud Nato: nel 1803 a Black Hills | Morto: 27.11.1868 a Wahita

I bianchi conobbero Black Kettle solo quando, quasi sessantenne, firmò il ritratto di Fort Wise, in Colorado, nel 1861. A quel tempo era il capo supremo della tribù degli Cheyenne del Sud. Era già stato presente, dieci anni prima, alla stipula del trattato di Fort Laramie, ma come insignificante capo di secondo piano. Solo negli ultimi dieci anni di vita divenne il capo rispettato del suo popolo. Quanto si sa della vita di Black Kettle e quanto merita di essere citato fa riferimento, in linea di massima, a questo lasso di tempo. Nel 1863 fece visita con Lean Bear, un altro capo degli Cheyenne del Sud, al presidente Lincoln. Insieme a un'onorificenza gli fu regalata una bandiera americana da guarnigione, con trentasette stelle, che issava con orgoglio ogni volta che impiantava un nuovo campo. Pochi anni più tardi avrebbe sperimentato sulla sua pelle quanto poco valesse quel pezzetto di stoffa colorato. Aveva ricevuto da Lincoln una lettera in cui gli confermava la sua stima e ribadiva che Black Kettle era un buon amico degli Stati Uniti, ma anche questo pezzo di carta si sarebbe poi rivelato privo di valore. Nel corso di una visita a Fort Larned, apprese con grande stupore che i soldati avevano attaccato dei pacifici Cheyenne. Lean Bear andò a trovare subito i soldati per mostrar loro la lettera e l'onorificenza, ma i soldati aprirono il fuoco, senza pensarci due volte e uccisero Lean Bear e i suoi accompagnatori. Ne nacque un evidente scontro che si concluse solo con l'intervento di Black Kettle. I soldati e il loro comandante, il luogotenente Eayre, fuggirono verso il forte inseguiti dagli Cheyenne furibondi. La morte del suo amico Lean Bear aveva scosso profondamente Black Kettle. Tuttavia era sempre propenso alla pace. Ma agli americani interessava poco: il colonnello Chivington, infatti, aveva ordinato a Eayre di uccidere qualsiasi Cheyenne che si fosse messo in evidenza. Invano William Bent, un bianco amico di Black Kettle che aveva sposato una donna Cheyenne, si adoperò per ottenere l'annullamento di quell'ordine disumano, ma Chivington, che un tempo era stato un predicatore metodista, si dimostrò inflessibile. Ne Black Kettle. ne William Bent potevano sapere che Chivington aveva elaborato con il governatore Evans il progetto di cacciare tutti gli indiani del Colorado. Evans ebbe anche la sfrontatezza di mandare una circolare a tutti gli indiani con cui era in buoni rapporti, per invitarli a venire a Fort Lyon, per evitare che fossero aggrediti per errore, affermando, inoltre, che avrebbe combattuto fino al completo assoggettamento dei componenti bellicosi delle loro tribù, a cui attribuiva spudoratamente la responsabilità degli scontri. Ma i soldati non fecero distinzione alcuna tra indiani "amici" o "nemici" e combatterono tanto contro i Sioux che contro gli Cheyenne e gli Arapaho. I guerrieri, da parte loro, naturalmente si presero la rivincita assalendo fattorie, stazioni di posta e carovane. Black Kettle volle seguire il consiglio di William Bent di recarsi con i suoi a Fort Lyon, ma non fu però ascoltato dai suoi e non fu neppure in grado di impedire il continuare delle aggressioni. A questo punto Black Kettle non aveva più credito fra i suoi, che avevano oltretutto trovato in Roman Nose, l'audace capo dei Crooked Lances (una specie di "gruppo d'assalto" degli Cheyenne) un idolo da seguire incondizionatamente. La voglia di pace di Black Kettle si spinse tanto in là da arrivare a riscattare dai suoi stessi guerrieri quattro prigionieri, che lasciò tornare a casa liberi. Alla fine di agosto, il governatore Evans ordinò che fossero rinforzati tutti i presidi militari del Colorado e, in più, diede il mandato di uccidere subito tutti gli indiani "ostili" che avessero incontrato. Black Kettle si consigliò con i suoi capi e decise di andare, accettando un nuovo invito del governatore, a Fort Lyon. Mandò una lettera all'agente Colley a Fort Lyon, in cui esprimeva il suo desiderio di pace e offriva, a riprova, uno scambio di prigionieri. Il comandante del Forte, maggiore Wynkoop, si recò all'accampamento indiano con centoventisette uomini e alcuni Cheyenne che gli avevano consegnato il messaggio. Qualche giorno dopo si tenne un colloquio tra Black Kettle e il giovane ufficiale, inizialmente piuttosto diffidente. Vi presero parte anche alcuni altri capi, come Little Raven degli Arapaho. La diffidenza di Wynkoop scomparve e promise che si sarebbe adoperato per impedire che i soldati aggredissero le tribù Cheyenne. I capi avrebbero dovuto recarsi con lui a Denver, dove li avrebbe appoggiati nelle trattative con il governatore. Black Kettle accettò.

Ci sono bianchi cattivi e indiani cattivi. Se le cose si sono messe in questo modo è colpa dei cattivi di entrambe le parti. Anche alcuni dei miei giovani guerrieri ne fanno parte. Ho fatto tutto ciò che potevo per impedire la guerra. Tuttavia i bianchi hanno la maggior parte delle colpe, perché hanno dato inizio alla guerra e costretto gli indiani a imbracciare le armi.

Circa due settimane dopo, Black Kettle e alcuni altri capi giunsero a Denver. Wynkoop parlò al governatore che però, inizialmente, si rifiutò di ricevere gli indiani, perché una pace avrebbe intralciato i suoi piani ma, alla fine, pur controvoglia, cedette. Già in partenza, comunque, non aveva affatto intenzione di arrivare alla pace e per questo è responsabile di una parte importante dello spietato crimine che si sarebbe perpetrato di lì a poco. Sulle buone intenzioni di Black Kettle non vi sono dubbi:

Vogliamo portare a casa buone notizie, perché la nostra gente possa dormire tranquilla, ti prego di dire a tutti i capi dei tuoi soldati che vogliamo la pace e che abbiamo scelto la pace per non essere considerati nemici... Siamo venuti senza timore per parlare con te. Se potrò tornare a casa e raccontare alla mia gente che ti ho stretto la mano, si rallegreranno...

Ma Evans rimase sordo di fronte a questa offerta e il colloquio si concluse senza risultati. L'unica cosa che gli Cheyenne capirono fu che il maggiore Wynkoop parlava per difendere le sue idee a favore degli indiani. Purtroppo non trascorse molto tempo prima che il maggiore Wynkoop diventasse sgradito ai suoi sottoposti per il suo comportamento eccessivamente amichevole nei confronti degli indiani. Poche settimane dopo fu infatti sollevato dall'incarico. Black Kettle fece visita al nuovo comandante, il maggiore Anthony e ne ricevette l'assicurazione che avrebbero avuto la protezione di Fort Lyon se fossero tornati al loro campo a Sand Creek.Soddisfatto il capo tornò al suo villaggio, senza sospettare che Anthony, una creatura di Chivington, lo avrebbe atrocemente ingannato. Da parecchio tempo Chivington si occupava dei preparativi di un attacco in grande stile a Sand Creek. Così, mentre Anthony faceva di tutto perché gli Cheyenne si illudessero di essere al sicuro, Chivington si mosse con settecento soldati. Poco prima l'ex predicatore aveva proclamato il suo credo diabolico:

Sono qui per uccidere gli indiani e credo sia giusto e onorevole uccidere gli Indiani in qualsiasi modo possibile esistente nella terra di Dio!

Nel campo di Sand Creek non si sospettava nulla: tutti gli abitanti, circa seicento di cui due terzi donne e bambini, dormivano serenamente. All'alba del 29 novembre 1864 furono svegliati dal calpestio degli zoccoli dei cavalli e scoppiò il panico non appena si scorsero i soldati. Black Kettle però tranquillizzò la sua gente e alzò la bandiera americana che avrebbe dovuto assicurargli la protezione. Poi partirono i primi colpi. Si perpetrarono indicibili crudeltà. I soldati, in gran parte ubriachi, in un vero delirio di morte, massacrarono nel modo più barbaro centocinque tra donne e bambini e ventotto uomini. Tra i morti vi erano molti capi, la moglie di Black Kettle fu ferita gravemente e lo stesso Black Kettle scampò a stento al massacro. I sopravvissuti raggiunsero con enorme fatica, poiché molti erano feriti, il campo per la caccia a Smoky Hill. Quando la notizia dell'atto efferato che, con il nome di Massacro di Sand Creek - un capitolo particolarmente vergognoso della storia del "selvaggio Ovest" - si diffuse, i Sioux, gli Arapaho e naturalmente gli Cheyenne chiesero vendetta. La politica di pace di Black Kettle era platealmente fallita e la maggior parte degli Cheyenne voltò le spalle al vecchio capo, che, molto amareggiato per il tradimento degli americani, si ritirò in solitudine. Gli americani avrebbero dovuto ben presto provare l'ira degli indiani: insediamenti, convogli, postazioni militari furono attaccati, linee telegrafiche distrutte gettando Denver nel panico, poiché i rifornimenti erano in pericolo. Il 6 gennaio 1865 fu attaccata e saccheggiata Julesburg. I successi furono convenientemente festeggiati nell'accampamento d'inverno sul fiume Republican e in quella occasione ricomparve Black Kettle che propose di andare a sud ma trovò scarso consenso perché i giovani guerrieri erano dell'idea di andare a nord e di unirsi agli Cheyenne del Nord. Black Kettle si oppose energicamente a questa proposta e con circa quattrocento persone, per lo più anziani, si spostò in un territorio a sud dell'Arkansas, dove potè riunirsi agli Arapaho del Sud, di cui era capo Little Raven. Poco tempo dopo Black Kettle ricevette la visita degli incaricati del governo per esprimergli la compassione del Grande Padre e del suo Consiglio ma, naturalmente il loro scopo non era questo. Piuttosto il governo voleva ottenere che gli Cheyenne non accampassero più pretese sul territorio del Colorado. Vi furono lunghe trattative con gli incaricati del governo che raccomandavano ai due capi, Black Kettle e Little Raven, di non tornare più in Colorado, dove sarebbero stati in costante pericolo. Black Kettle rispose:

Siamo pronti a dimenticare tutto e a parlare con voi pacificamente e cordialmente, nonostante i vostri soldati ci abbiano assaliti. Non sono contrario a ciò che dice il Presidente, sono addirittura favorevole... vi tendo ancora la mano... La mia gente è felice che sia tornata la pace e di poter quindi dormire tranquillamente...

Il 14 ottobre fu firmato il trattato di Bluff Creek. Ancora una volta fu stipulata una "pace eterna" con cui Cheyenne e Arapaho del Sud rinunciavano a qualsiasi rivendicazione e diritto sul territorio del Colorado. Nel 1867, a Medicine Lodge, ebbe luogo una conferenza per la pace a cui presero parte rappresentanti del governo americano e molti capi Kiowa, Comanche, Kiowa-Apache, Arapaho e Cheyenne del Sud. Per molto tempo non fu certa la partecipazione di altri capi della sua tribù oltre a Black Kettle che era presente fin dall'inizio. Dopo cinque giorni arrivarono altri capi Cheyenne, tra cui Tali Bull e Gray Head, ma Roman Nose si rifiutò e seguì i Cimarron, lontani oltre cento chilometri da dove si svolgeva la conferenza, su cui si teneva comunque al corrente per mezzo di messaggeri. Si racconta che Black Kettle rimase molto angustiato e intimorito. Gli americani, che per costruire la ferrovia volevano impadronirsi delle terre a nord dell'Arkansas, respinsero la richiesta degli Cheyenne per il mantenimento del diritto di caccia a Smoky Hill. Solo dopo aver parlato a lungo con George Bent, figlio di William Bent, Black Kettle e alcuni altri capi si decisero a firmare il trattato, con i Kiowa e i Comanche, accettando di andare a vivere in una riserva e di non andare più a caccia del bisonte a sud dell'Arkansas. Ma molti Cheyenne scontenti si unirono a Roman Nose. Già la primavera seguente, viveri e munizioni scarseggiarono e anche il vecchio amico degli Cheyenne, maggiore Wynkoop, non potè essere di grande aiuto, nonostante tutti gli sforzi che profuse. I guerrieri brontolavano, si riunivano e partivano a piccoli gruppi verso il nord, per procurarsi carne nelle loro terre di un tempo. Wynkoop chiese di avere pazienza e intervenne presso il generale Sheridan, il nuovo comandante di Fort Kansas e ideatore della frase, secondo cui solo un Indiano morto sarebbe un buon indiano. Vi fu un incontro tra Black Kettle e Sheridan, che fruttò agli Cheyenne solo alcuni vecchi fucili. Poco dopo Black Kettle, il cui accampamento si trovava sul fiume Washita, venne a sapere che vi erano militari in marcia. Si recò a Fort Cobb per avere chiarimenti dall'agente, che gli assicurò, in modo brusco e scortese, che non avrebbe dovuto avere alcun timore se i suoi guerrieri si fossero comportati pacificamente. Si trattava di una sporca bugia, perché l'agente era a conoscenza del progetto di Sheridan di iniziare una campagna militare invernale nei territori a sud dell'Arkansas. Proprio dopo il suo ritorno, Black Kettle tenne un consiglio e decise che il giorno successivo sarebbero andati incontro ai soldati. Ma questo non sarebbe stato possibile perché quella stessa notte i soldati attaccarono senza preavviso il villaggio e uccisero più di cento persone, di cui solo una dozzina erano guerrieri. Black Kettle, durante la fuga, fu raggiunto da due colpi e morì, così come sua moglie. Questo sanguinoso massacro fu perpetrato sotto il comando del luogotenente G.A.Custer che aveva avuto l'incarico da Sheridan di distruggere i villaggi dei "selvaggi" indiani. Custer, che interpretò a sua discrezione l'attributo "selvaggio", eseguì l'incarico in modo coscienzioso e fece persino sparare a ottocento pony. Una parte dei guerrieri Cheyenne scampati al massacro si era ricompattata e insieme agli Arapaho, che erano accorsi, attaccò la retroguardia di Custer al comando del maggiore Elliott e la sterminò completamente. Custer fuggì,senza preoccuparsi di Elliott e fu festeggiato da Sheridan come eroe di guerra. Trionfalmente sventolava lo scalpo di Black Kettle, il capo Cheyenne più pacifico, il cui corpo giaceva ora chissà dove sulle sponde del fiume Washita. Era un'ulteriore dimostrazione che anche una volontà di pace così sincera non era sufficiente a garantire la sopravvivenza. Di pari passo con il tramonto della stella di Black Kettle come capo degli Cheyenne del Sud, ritenuto da molti suoi guerrieri -negli ultimi anni della sua vita- un uomo vecchio e debole, crescevano fama e considerazione per Roman Nose, il capo dei Crooked Lances.

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