Pontiac
In generale è risaputo che Pontiac sia nato dal matrimonio di una capo Ottawa con un'indiana delle tribù dei Chippewa, il che spiegherebbe evidentemente anche la sua forte influenza su entrambe le tribù (secondo un'altra versione sarebbe invece stato un Catawba, preso prigioniero e adottato dagli Ottawa). Come Rè Filippo, anche Pontiac era il capo di un'alleanza di tribù di cui facevano parete gli Ottawa, i Chippewa e i Potawatomi. I Francesi apprezzavano molto Pontiac. Il comandante supremo dei Francesi in Canada, il marchese di Montcalm, gli regalò - come riconoscimento per il suo valore e la sua fedeltà di alleato - un'uniforme da ufficiale francese. Con la sconfitta di Quebec, del 1760, i Francesi avevano perso anche la loro posizione di supremazia. Nello stesso anno, il maggiore Robert Rogers ricevette dal comandante in capo degli Inglesi, generale Amherst, l'ordine di risalire i laghi con quindici navi e duecento soldati, per prendere possesso - in nome di sua Maestà britannica - di Detroit e di altre basi, fino a quel momento francesi, come Michillimackinac, base e punto di ritrovo indiano. Nei pressi dell'attuale Cleveland, Pontiac fermò gli inglesi e impedì al maggiore Rogers di penetrare oltre nel territorio. Tra i due comandanti ebbero luogo prolungati colloqui, nel corso dei quali Pontiac venne a conoscenza della sconfitta dei francesi. Con una valutazione della nuova situazione politica di una rapidità sorprendente, Pontiac riconobbe che ormai gli inglesi sarebbero stati i suoi prossimi partner e non solo si informò dettagliatamente sul loro modo di vivere e di combattere, ma lasciò intendere - come raccontò più tardi Rogers - che si sarebbe accontentato di governare il suo paese sotto il dominio del re di Gran Bretagna e che era sua volontà pagare un tributo annuale in pelli. Per dimostrare la sua buona volontà e credendo che con gli Inglesi si sarebbe potuto andar d'accordo altrettanto bene che con i Francesi, lasciò proseguire Rogers. Purtroppo, ancora una volta, gli inglesi non si comportarono da gentlemen. Si imposero con arroganza ai capi delle tribù, disprezzarono i semplici indiani e non erano disposti a vendere loro armi e munizioni. In seguito tesero a impadronirsi del monopolio del commercio di pelli e pretesero dagli indiani il pagamento di pesanti tributi. Naturalmente cominciò a serpeggiare malcontento tra gli indiani, che si trasformò in vera e propria indignazione quando giunse alle loro orecchie un avvertimento dei francesi, secondo cui gli inglesi avevano pianificato il totale annientamento degli Indiani. L'atmosfera carica di emozioni si fece ancor più tesa quando all'improvviso - si dice nel 1762 - apparve un predicatore sconosciuto della valle dell'Ohio, presso gli Algonkin, sui Grandi Laghi. Questo "profeta Delaware" si spostò di villaggio in villaggio, di tribù in tribù, incitando chi lo ascoltava a tornare al modo di vivere indiano, di non ascoltare più gli allettamenti dei commercianti bianchi e di cacciare gli Inglesi. Annunciava:
Se tollererete gli inglesi fra voi, le loro malattie e i loro veleni vi annienteranno e scomparirete.
Poi, scomparve di nuovo, come un'apparizione. Più tardi la sua profezia si sarebbe avverata quasi alla lettera. Pontiac riconobbe l'esigenza del momento e sfruttò lo stato d'animo generale. Mandò messaggeri segreti, con i segnali rossi della guerra, a tutte le tribù del lago Superiore fino alla foce del Mississippi e fece annunciare il messaggio del profeta. Il risultato non si fece attendere, soprattutto per il fatto che aveva inviato come messaggeri esclusivamente uomini con capacità oratorie superiori alla media. Riuscì ad ottenere l'adesione di numerose tribù come alleati per la lotta contro gli Inglesi. Il 27 aprile 1763, Pontiac riunì i suoi nuovi alleati al fiume Aux Ecores, nei pressi di Detroit, e tenne un discorso appassionato. Nel suo libro La congiura di Pontiac, Parkman descrive così la scena, basandosi sul racconto di testimoni oculari:
Pontiac si alzò. Era di statura media, il suo fisico era forte, muscoloso e molto proporzionato. Il colore della sua pelle era più scuro di quello abituale fra gli indiani; i tratti del suo viso non erano certo armonici, ma arditi e rivelavano una volontà di ferro. Il suo comportamento era imperioso, dava l'impressione di essere un uomo con un'energia in grado di superare qualsiasi ostacolo. Guardò gli ascoltatori intorno a lui e cominciò a parlare con voce forte e appassionata, conferendo enfasi alle sue parole con gesti impetuosi... Disse:
«Fratelli miei! E necessario cacciare dal nostro paese quel popolo che si è posto come meta la nostra rovina. Come me dovete capire che non potremo condurre più a lungo una vita come era possibile con i nostri padri francesi. Le merci degli inglesi costano il doppio di quelle dei francesi, benché non valgano nulla... Inoltre non ci accordano alcun credito, come i francesi, nostri fratelli, facevano sempre. Se vado dal capo inglese e gli racconto che uno dei nostri è morto, il mio discorso viene ridicolizzato, non piangono con noi come hanno sempre fatto i francesi. Se chiedo aiuto per i nostri malati, lo rifiuta dicendo che non vuole avere a che fare con noi. Significa che si augura la nostra morte. Perciò dobbiamo distruggere gli inglesi. Nulla deve impedircelo! Non sono numerosi, possiamo sconfiggerli senza fatica, perché non lo facciamo? Non siamo uomini? Non vi ho mostrato l'uniforme che ho avuto in dono dal nostro grande padre, il re dei Francesi? Ci esorta a batterci. Perché non seguiamo il suo consiglio? Di che cosa avete paura? È giunto il momento! Pensate forse che i francesi che vivono fra noi, che sono nostri fratelli, sarebbero contro di noi? Non conoscono i nostri piani e non ci impediranno di portarli a compimento. Colpiamo dunque. Ho inviato messaggi e segnali di guerra a tutti i Chippewa a est della penisola del Michigan e ai nostri fratelli, gli Ottawa a Michillimackinac... Abbiamo invitato tutti all'azione comune. Nel frattempo però noi attacchiamo già. Non possiamo perdere tempo; se gli inglesi saranno sconfitti, chiuderemo ogni varco, in modo che non possano mai più rientrare nel nostro paese!».
Pontiac ricordò anche a chi lo ascoltava che un tempo gli indiani avevano combattuto fianco a fianco con i loro alleati francesi contro il nemico comune. Nella battaglia di Monongahela, in Pennsylvania, avevano gettato i vessilli degli inglesi nel fango rosso di sangue del fiume. Dopo aver mandato in estasi i suoi ascoltatori, l'oratore riportò la calma fra loro con la profezia del profeta Delaware e le sue visioni che promettevano vittoria. La strategia di Pontiac consisteva, come del resto quella di re Filippo, nell'attaccare in diversi luoghi, il più possibile contemporaneamente, per rendere impossibili i rifornimenti e il mutuo soccorso degli inglesi. Tutte le postazioni inglesi, dal Grande Lago a Fort Pitt, avrebbero dovuto essere attaccate e distrutte il giorno stabilito. Il comandante supremo inglese, il generale Jeffrey Amherst, non sospettava nulla di tutto ciò, si era preso gioco degli avvertimenti. Per lui gli Indiani erano selvaggi, incapaci di pensare in modo sistematico. Ma si sbagliava. Accanto a questo grandioso progetto militare, vi era un piano per il finanziamento della guerra, forse ancor più geniale, che mostra il capo Ottawa anche come uno scaltro stratega finanziario: per procurarsi gli approvvigionamenti di guerra, Pontiac emise obbligazioni senza interessi che erano costituite da parti del bosco di betulle che conteneva il totem dei capi di un tempo. La firma di Pontiac era un lontra. Pontiac concesse al suo segretario privato, il possidente canadese Quilleriez, l'amministrazione di queste incombenze finanziarie. Il 7 maggio 1763, le cose stavano così: nell'arco di duemila miglia i veri padroni del paese si ribellarono all'occupazione inglese, nove dei dodici forti inglesi caddero il primo giorno. Pontiac si era assunto personalmente il compito di conquistare Fort Detroit, in cui duemilacinquecento abitanti e le sue cento case erano protetti da una palizzata alta sette metri e mezzo. Il suo piano, minuzioso e ben congegnato, che prevedeva di far cadere Detroit con l'astuzia, fu vanificato dal tradimento di una fanciulla Chippewa.
Egli dichiarò ufficialmente con un vero e proprio proclamo:
Chiunque porti a Fort Detroit provviste alimentari o altri mezzi di sostentamento, farà i conti con la pena di morte.
Il maggiore Gladwyn, comandante della forte guarnigione, composta da centoventi uomini, mandò una delegazione da Pontiac e capitolò, per cui il capo indiano permise che passassero i rifornimenti. La capitolazione però altro non era che un perfido inganno per avere le provviste. Gladwyn poi non aveva scrupoli di lasciare al furore degli indiani ne i suoi mediatori ne quell'infelice ragazza che, per amore verso Pontiac, gli aveva rivelato il complotto. Per mesi Fort Detroit fu sotto assedio. Parecchi tentativi di sortita e di rompere l'assedio fallirono, e il capitano Dalyell e il luogotenente Cuyler subirono una rovinosa sconfitta. Infine, anche il generale Amherst dovette convenire che con Pontiac non c'era da scherzare. Dispose che due armate si dirigessero, per due strade diverse, per la zona più importante delle terre degli indiani: la prima armata al comando del colonnello Henry Bouquet marciò da Filadelfia, via Fort Pitt, per penetrare nelle terre dei Delaware e degli Shawnee, la seconda armata, al comando del colonnello Broadstreet, dai Laghi a sud verso Detroit. Il compito di Amherst, uno dei peggiori rappresentanti della corona inglese nella storia dell'America del Nord, era assolutamente brutale:
Questi popoli non vanno trattati come nemici onorati, ma come la peggiore plebaglia, che rende la terra costantemente insicura e il cui annientamento va considerato un merito. Non devono esserci prigionieri, tutti coloro che appartengono a quelle tribù di briganti devono essere uccisi. E chi eliminerà quel vigliacco farabutto del capo Ottawa riceverà una ricompensa di 100 sterline.
Il generale Amherst che, in un messaggio al colonnello Bouquet, ebbe l'idea diabolica di suggerire di infettare con il vaiolo gli indiani e può quindi vantare la triste fama di essere stato uno dei precursori della guerra batteriologica:
Non si può organizzare, in qualche modo, di portare il vaiolo in quella tribù di indiani sovversivi? Dobbiamo usare qualsiasi mezzo di cui disponiamo per distruggerli!
Diligentemente Bouquet rispose al suo superiore: Tenterò di portare tra loro la malattia con coperte che potrebbero prendere come bottino, e starò attento a non ammalarmi io stesso. Si racconta che, da allora, a Fort Pitt siano morti di vaiolo più di sessanta indiani. L'armata di Bouquet si imbattè, sulla strada per Fort Pitt, nei guerrieri Shawnee e Delaware che avrebbero potuto arrecare gravi perdite all'avanguardia degli inglesi, ma che poi si trovarono fra due fuochi e furono sconfitti presso Bushy Run. Questa notizia scoraggiò molti alleati di Pontiac, specie quando quest'ultimo, nell'assedio di Detroit, in seguito a una nuova astuzia del maggiore Gladwyn, dovette contare pesanti perdite. Poco a poco ventidue tribù, circa duemila guerrieri, si staccarono da Pontiac e passarono agli inglesi. Anche i Francesi, che il 10 febbraio 1763 dovettero firmare a Parigi una pace disonorevole, dichiararono definitivamente la loro presa di distanza da Pontiac. Amareggiato, il capo tolse l'assedio da Detroit e si ritirò nei boschi con i suoi fedelissimi. Pontiac non si diede però per vinto. Mise a punto nuovi piani e cercò nuovi alleati. Si recò dai Kickapoo, presso le tribù della Confederazione dei Miami e degli Illinois e suscitò entusiasmo per la sua causa. Sperava che, nonostante tutto, i francesi non gli avrebbero negato il loro appoggio. Ma il comandante francese di Fort Chartres si rifiutò di dargli armi e munizioni e anche i delegati che aveva mandato dai francesi a New Orleans tornarono con una risposta negativa. Il suo piano, strategicamente brillante, per cui le tribù della Louisiana avrebbero dovuto bloccare il Mississippi agli inglesi, per ridurre in tal modo le loro possibilità di attacco e di approvvigionamento, non fu compreso. A denti stretti Pontiac dovette accettare l'inevitabile e arrendersi agli inglesi, almeno per guadagnare tempo. Il trattato fu ratificato, il 27 agosto 1764, a Detroit. Negli anni successivi, Pontiac fu ufficialmente dalla parte degli Inglesi. Amherst fu rilevato come comandante supremo a al suo posto arrivò il generale Thomas Gage che seppe apprezzare le capacità, da uomo di stato e strategiche, di Pontiac. Il capo appoggiò persino alcune azioni militari inglesi contro tribù recalcitranti e ottenne considerazione come capo sia in pace che in guerra. Il suo comportamento esteriore era pacifico, ma faceva sempre nuovi viaggi per cercare nuovi alleati. Avviò trattative con le tribù dei Dhegiha, dei Chiwere-Sioux e persino con i Pawnee, per farli entusiasmare della sua idea. Nel corso di uno di questi viaggi giunse a Cahokia, vicino a Saint Louis, dove vivevano parecchi indiani della Confederazione di tribù dell'Illinois. Pontiac ingiuriò quegli indiani che si erano fatti ubriacare da commercianti inglesi senza coscienza, e se ne andò pieno di ribrezzo. Un commerciante inglese di nome Williamson, che temeva per i suoi affari e che vedeva l'uniforme francese di Pontiac come il fumo negli occhi, corruppe un indiano Kaskakia ubriaco, perché togliesse di mezzo l'odiato capo. Per una botticella di acquavite come ricompensa di Giuda, questi si dichiarò disposto ad uccidere il capo. Lo seguì furtivamente e quando Pontiac si fermò vicino a un cespuglio e si girò, l'assassino gli affondò il tomahawk nella fronte. Il grande eroe di guerra cadde a terra, colpito dalla mano di un traditore della sua stessa razza. Quando i suoi amici vollero prendere l'assassino furono cacciati dagli indiani Illinois. Amareggiati per la slealtà, gli amici fedeli di Pontiac e i suoi alleati gli Ottawa, i Potawatomi, i Sauk e i Fox - si riunirono e annientarono, quasi totalmente, gli Illinois. Pontiac fu sepolto con gli onori militari. Gli indiani avevano perso uno dei loro più grandi e geniali uomini di stato.
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