Mato-Tope
Quattro Orsi occupa una posizione particolare tra gli Indiani delle Praterie e quelli degli Altopiani: è infatti, se si esclude Petalesharo, l'unico la cui fama non si basi sull'importanza politica o militare nella contrapposizione con il mondo dei bianchi. Il suo valore si è manifestato esclusivamente all'intemo della tribù e probabilmente non sarebbe mai stato conosciuto oltre i confini ristretti della sua patria se non fosse stato tramandato dagli scritti e dai dipinti di Maximilian zu Wied e di Catlin. Innanzitutto i ritratti di questo capo sono tanto conosciuti da essere usati, in riproduzione, per molti libri, talvolta anche senza che vi sia un nesso diretto, tanto che l'immagine dei suoi ritratti è diventata più famosa del personaggio stesso. Catlin ne parla come il capo più amato dai Mandan, Maximilian zu Wied lo descrive come uno dei migliori guerrieri della tribù. Catlin ricevette in dono da Quattro Orsi, una pelle di bisonte su cui erano rappresentati gli atti eroici del capo e sottolinea che un capo avrebbe messo in discussione la sua vita e le sue azioni se avesse fatto rappresentare sulla pelle del bisonte azioni di cui non fosse stato protagonista diretto. Maximilian zu Wied acquistò da lui un abito di pelle di bisonte, su cui erano dipinte azioni eroiche, che era molto caro a Quattro Orsi in ricordo del fratello ucciso dagli Arikara. Catlin dipinse queste azioni fin nei dettagli, mentre Maximilian zu Wied ne fa una descrizione ammirata con le seguenti parole:
In questo racconto si è tanto parlato di quest'uomo squisito, che voglio spendere ancora qualche parola su di lui-... Non solo era un ottimo guerriero, ma il suo carattere presentava anche nobili tratti di fondo. In guerra aveva sempre saputo essere all'altezza della sua eccellente fama. Rischiando la propria vita seppe guidare a Fort Clark una delegazione di Assiniboine che era venuta a Min-Tutta-Hangkusch per concludere la pace, mentre la sua gente non voleva prendere in considerazione le proposte di pace e li bersagliò con una consistente pioggia di frecce e di piombo. Quattro Orsi, dopo aver tentato invano tutto ciò che era in suo potere per eliminare ogni inimicizia, condusse i nemici, con passi cauti tra spari e frecce, scusandosi per il riprovevole comportamento della sua gente. Aveva inoltre abbattuto molti nemici, tra cui cinque capi. La XXII tavola dell'atlante mostra uno di questi atti eroici rappresentati dallo stesso Quattro Orsi e di cui spesso mi raccontò. Nel corso di un'incursione a piedi, accompagnato da pochi Mandan, incontrò quattro Cheyenne (i loro peggiori nemici) a cavallo. Quando il capo di questi ultimi si rese conto che i nemici erano appiedati e che il combattimento sarebbe stato impari, ordinò ai suoi di scendere da cavallo: e solo allora iniziò il combattimento. I due capi si spararono, mancarono entrambi il bersaglio e passarono quindi all'arma bianca. Il capo degli Cheyenne, un uomo forte e robusto, impugnava un pugnale mentre, il più esile Quattro Orsi, un'ascia di guerra. Quando il primo era sul punto di trafiggere l'altro, quest'ultimo impugnò il coltello dell'altro dalla parte della lama e si ferì gravemente la mano, ma riusci così a disarmare l'avversario e lo pugnalò, costringendo gli Cheyenne alla fuga.... L'abito di pelle che Quattro Orsi aveva fatto personalmente e che ho riportato con gioia in Europa, mostra parecchi atti eroici di questo capo... tra cui il duello con il capo degli Cheyenne.
Quattro Orsi non era solo nobile e coraggioso ma dava molta importanza ai bei vestiti. Maximilian zu Wied racconta che il capo si era recato da lui in visita, sempre cambiando abbigliamento. Vanitoso come tutti gli Indiani, quest'uomo era rimasto immobile per parecchi giorni cosicché il suo ritratto era riuscito in modo eccellente. I racconti di viaggio non contengono solo il ritratto di Quattro Orsi ma anche la relativa descrizione:
Quattro Orsi portava un coltello lungo come una mano. scolpito in legno dipinto di rosso, infilato orizzontalmente nei capelli, poiché aveva trafitto un capo indiano, con un coltello; più lontano sei bastoncini di legno, colorati di rosso, blu o giallo, tenuti fermi in alto da un chiodo giallo, stavano ad indicare le ferite da pallottola che aveva ricevuto. A ricordare una ferita da freccia, teneva nei capelli una penna di tacchino e sulla parte inferiore del capo portava una penna di gufo colorata di rosso come simbolo dei Meniss-o-chata "la banda dei cani". Il suo viso era dipinto per metà di giallo e per metà di rosso, il corpo invece a strisce rosso e marroni oltre ad alcune strisce senza colore che venivano dipinte spalmando il colore con le dita aperte. Sulle braccia, partendo dalle spalle, aveva 17 righe gialle, ad indicare i suoi atti eroici, e sul petto aveva dipinto le dita di una mano, di colore giallo, per indicare che aveva fatto dei prigionieri. Un guerriero cosi agghindato necessita per la sua toilette di più tempo di una donna parigina!
L'esploratore tedesco ebbe informazioni da Quattro Orsi sui Mandan e sulle tribù vicine; anche le parole nella lingua dei Mandan e degli Arikara, che sono riportate in appendice alla cronaca di viaggio, provengono dal capo indiano. Francis A.Chardon, agente di Fort Clark, considera il capo Mandan in modo ben diverso da Maximilian zu Wied e da Catlin. Il diario di Chardon da chiarimenti sul destino successivo di Quattro Orsi: tra il 1835 e il 1836 combattè spesso contro gli Yanktonai, tanto da spingere l'agente a considerazioni di aperta disapprovazione. Nell'estate del 1837, scoppiò tra i Mandan una devastante epidemia di vaiolo, che quasi annientò la tribù e anche Quattro Orsi non fu risparmiato! Il 26 luglio 1837, Chardon annotò nel suo diario:
Quattro Orsi (Mandan) è stato contagiato: impazzì, abbandonò l'accampamento, e di pomeriggio giunse qui. Quattro Orsi non era pronto ad accettare il suo destino pazientemente: di fronte alla morte incombente se la prese con ciò da cui non poteva difendersi e accusò i bianchi con parole amare:
Amici miei! Ascoltate tutto ciò che ho da dirvi. Fin dai tempi più lontani di cui io posso ricordare. ho sempre amato i bianchi. Fin da quando ero ragazzo ho vissuto con loro. e in tutta coscienza posso dire di non avere mai fatto nulla di male contro di loro, li ho anzi protetti dagli attacchi degli altri. Nessuno lo può contestare. Quattro Orsi non ha mai fatto patire la fame a un bianco, gli ha dato sempre da mangiare, da bere e. se necessario, gli ha fornito una coperta di bufalo su cui dormire. Sono sempre stato pronto a rischiare la mia vita. e anche questo nessuno lo può contestare. Ho fatto tutto ciò che un indiano poteva fare per loro e come mi hanno ricambiato? Con l'ingratitudine! Non ho mai chiamato cane un uomo bianco ma ora li considero un branco di cani senza cuore: mi hanno deluso; quelli che ho sempre considerato miei fratelli sono ora i miei peggiori nemici. Ho fatto molte battaglie e sono stato spesso ferito, ma le ferite che i miei avversar! mi hanno inferto sono onorevoli.... Amici miei! Non temo la morte. Voi lo sapete bene, ma ora muoio con un viso talmente corroso che persino i lupi fuggirebbero per lo spavento se mi vedessero e direbbero: «Questo è Quattro Orsi. l'amico dei bianchi!» Ascoltate bene ciò che ora ho da dirvi, perché sarà l'ultima volta che potrete udirmi. Pensate alle vostre mogli, ai vostri figli, fratelli, sorelle, amici, a tutti coloro che vi sono cari: sono tutti morti o stanno per morire, con il viso distrutto dal vaiolo, di cui sono responsabili i cani bianchi. Pensate a tutto questo, sollevatevi tutti insieme e non lasciatene nessuno vivo. Quattro Orsi farà la sua parte!
Ma del piano disperato di Quattro Orsi non se ne fece nulla. L'epidemia si prese, tranne pochi sopravvissuti, l'intera tribù dei Mandan. Quattro Orsi dovette assistere alla morte della sua famiglia e, nella più nera disperazione, attese la morte liberatrice. Il 30 luglio 1837, Chardon scisse nel suo diario:
Quattro Orsi, uno dei nostri migliori amici nel villaggio indiano, è morto oggi, compianto da tutti coloro che lo conoscevano.
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