Sealth
Tra gli indiani che nel 1792 videro due navi britanniche far vela, al comando del capitano George Vancouver e del luogotenente William Broughton, a Puget Sound, vi era anche Seattle, figlio del capo Schweabe. Ben presto fece amicizia con i marinai, i primi bianchi che conobbe. Mantenne per tutta la vita l'amicizia per i bianchi, anche se aveva ben compreso che sarebbero stati loro a decretare il declino della razza indiana. Seattle non era però assolutamente un codardo. Lo aveva dimostrato da giovane capo, quando aveva raccolto intorno a sé guerrieri delle due tribù delle Confederazioni ed era penetrato, a est, nel territorio delle Cascade Mountains, per combattere contro Yakima e altre tribù. Tornando vittorioso da questa impresa che non solo aveva guidato in prima persona, ma anche progettato e preparato, Seattle depose le armi e si ripropose di non combattere più. Nella regione del Puget Sound si erano insediati dei missionari cattolici che Seattle appoggiò con tutta la sua influenza, fino ad arrivare a convenirsi egli stesso al Cristianesimo. Con il battesimo prese il nome di Noah. Per natura era una persona riflessiva e religiosa e non è quindi strano che dopo la sua conversione introdusse l'uso della preghiera del mattino e della sera nella sua tribù, uso che venne mantenuto anche dopo la sua morte. Il 13 novembre 1851, la nave Exact approdò nella baia di Elliott vicino a Puget Sound. Il capitano Isaiah Folger e le due dozzine tra uomini, donne e bambini che erano a bordo, furono accolti dal benvenuto degli indiani di Seattle. I bianchi fondarono una colonia, che all'inizio chiamarono "New York", ma cambiarono poi in Aiki, il nome indiano per questo boscoso luogo della baia di Elliott. In onore del capo indiano, in seguito chiamarono la colonia Seattle. Si racconta che Seattle all'inizio non fosse affatto d'accordo, poiché era credenza del suo popolo che lo spirito di un morto sarebbe tornato sulla terra se si fosse pronunciato il suo nome. Alla fine però accettò e di certo lo riempì di gioia e orgoglio che una fiorente città dei bianchi portasse il suo nome. Seattle non aveva solo concesso il permesso di fondare la colonia, ma li aveva anche aiutati nell'esplorazione dei dintorni e nella costruzione delle barche e la sua gente portava ai bianchi, che all'inizio non si occupavano di caccia e pesca, pesce e selvaggina. Per quanto nell'area di influenza del saggio Seattle, la vita sembrava svolgersi in modo pacifico, le altre tribù del territorio di Nord-Ovest diventavano sempre più inquiete. Il ritrovamento di oro nei territori di confine a nord di Washington e Idaho fece aumentare rapidamente il numero degli immigrati bianchi. Per evitare la minaccia di scontri con gli indiani, il sovrintendente per gli affari indiani e governatore di Washington Isaac I. Stevens, fu incaricato di avviare trattative con le singole tribù per la cessione di terre e per il loro trasferimento nelle riserve. I colloqui con le tribù della costa ebbero luogo a Fon Elliott, nel 1855, e si conclusero con un trattato in cui Seattle si dichiarava pronto a cedere la terra del suo popolo e, da quel momento in poi, a vivere in una riserva. Durante i festeggiamenti per la firma del trattato, il capo, imponente e di bell'aspetto, si alzò e tenne un discorso, considerato un esempio di arte oratoria indiana, che merita di essere riportato:
II mio popolo ora è piccolo, assomiglia agli alberi isolati della prateria su cui si abbatte la tempesta. Vi fu un tempo in cui il nostro popolo copriva il paese come le onde di un mare increspato dal vento il fondo coperto di mitili. Ma questo tempo è scomparso da molto, con la forza delle tribù, e ora non è più che un triste ricordo. Per noi le ceneri dei nostri antenati sono sacre, e i luoghi dove riposano sono terra consacrata. Voi vi allontanate dalle tombe dei vostri antenati e sembrate non preoccuparvene. La vostra religione fu scolpita dal dito di ferro del vostro Dio su tavole di pietra, in modo che non poteste scordarla. Il pellerossa non può ne capirla, ne ricordarla. Ciò che ci hanno tramandato i nostri antenati è la nostra religione, i sogni che il Grande Spirito manda nelle ore notturne e solitarie ai nostri uomini anziani e le visioni dei nostri capi, sono scritte nel cuore del nostro popolo. Quando i vostri morti varcano le porte della tomba e passeggiano tra le stelle, smettono di amare voi e la patria. Ci si dimentica presto di loro e non tornano più. I nostri morti non dimenticano mai questo mondo meraviglioso che ha dato loro la vita... Quando anche l'ultimo Indiano sarà morto e il ricordo della mia tribù sarà soltanto un mito tra i bianchi, allora gli spiriti invisibili dei morti della mia tribù popoleranno queste coste e quando i figli dei vostri figli penseranno di essere soli nel campo, nel granaio, sul carro o nel silenzio delle sconfinate foreste, non saranno soli... Di notte, quando le strade delle vostre città e dei villaggi vi sembreranno tranquille e le crederete deserte, arriveranno a frotte quelli che le animavano un tempo e che amano e ameranno sempre questa terra. L'uomo bianco non sarà mai solo. Sia sempre giusto e buono con il mio popolo, perché i morti non sono senza forza. Morto, dico? Non c'è morte.
Dopo la stipula del trattato di Port Elliott, Seattle visse nella riserva di Port Madison. Negli anni seguenti, mentre nel Nord-Ovest infuriava una guerra sanguinosa, Seattle e la sua gente si attennero agli accordi e non presero parte ai combattimenti. Il potente e saggio capo della Confederazione dei Duwamish morì all'età di sessantotto anni e fu sepolto a Suquamish. Nel 1890, sulla sua tomba, fu eretto un monumento di granito. A Seattle, la città che ricorda il suo nome alle generazioni future, gli è stata dedicata una statua in bronzo che lo mostra in un atteggiamento abituale per lui: con la mano alzata in segno di pace.
💬 Commenti (0)
Lascia un commento
👋 Nessun commento ancora. Sii il primo a lasciare un commento su questa biografia!