Lalawethika
Molti sostengono che il futuro profeta fosse il fratello gemello di Tecumseh (probabilmente era invece il fratello minore). In gioventù aveva il nome di Lalawethika che significa, pressappoco, sonaglio. Lalawethika non ricevette la stessa buona educazione di Tecumseh. Da giovane era pigro e gracile tanto che a soli quattro anni era stato abbandonato dalla madre. Si trascinava perciò senza alcuna protezione nella sua tribù e cominciò a bere già da adolescente. A quindici anni lasciò la tribù e si recò nelle città dell'Est, dove si arrangiava con lavori occasionali (tra cui anche quello di mozzo e) non solo imparò perfettamente la lingua inglese, ma anche giochi di prestigio che gli sarebbero stati molto utili più tardi. La sua famiglia lo considerava perso da molto tempo quando un giorno tornò, completamente in rovina e in preda all'alcool. In una rissa, inoltre, aveva perso un occhio. Nella tribù non si sapeva come comportarsi con lui, perciò per un po' di tempo rimase lì a vegetare. Quando il vecchio profeta Penagashega morì, durante l'incontro di Greenville, Lalawethika comprese al volo la situazione. All'improvviso ebbe una visione davanti ai guerrieri riuniti: il Grande Spirito lo aveva incaricato, per mezzo di due messaggeri, di spingere gli Indiani a rinunciare ai loro vizi. Si proclamò nuovo profeta della tribù e da quel momento si diede il nome di Tenskwatawa "la porta aperta" (anche Eiskwatawa), profondamente consapevole della sua missione. Al profeta privo di un occhio - descritto come astuto, scaltro e vanitoso - spettava quindi la missione di radunare intorno a sé un gran numero di discepoli. Predicava il ritomo all'antico modo di vivere e di tenersi lontano dall'acquavite. Esortò i giovani a preoccuparsi dei vecchi e dei malati. Con queste richieste, che naturalmente erano del tutto giuste e che sapeva esporre in modo particolarmente efficace, entusiasmò non solo le persone della sua stessa tribù ma anche dei Delaware, Wyandot, Potawatomi, Ottawa, Chippewa e Kickapoo. La sua influenza superò anche quella dello sconosciuto profeta Delaware che, con discorsi altrettanto entusiasmanti, aveva preparato il terreno per la crescita di Pontiac. I primi ad aver sentore dei successi del profeta furono i commercianti bianchi: fino a quel momento, infatti, era stato facile far ubriacare gli indiani e far passare per ciarpame le terre o le pelli ottenute con la caccia, ora tutto era profondamente cambiato! Gli indiani, la cui autocoscienza si era risvegliata con i "nuovi insegnamenti", non vendevano più terra, rifiutavano l'acquavite che veniva loro offerta ed esaminavano attentamente le merci acquistate. La notizia del nuovo comportamento degli indiani giunse anche al governatore Harrison, le cui idee ristrette gli impedirono di valutare positivamente questo sviluppo. Temette una riunificazione degli indiani e cercò di sobillarli a cacciare il profeta. Avrebbero dovuto chiedergli di fermare il corso del sole e quello dei fiumi, di far uscire i morti dalle loro tombe: un'esternazione piuttosto curiosa per un governatore, anche per il modo di pensare di quei tempi. Ma Tenskwatawa accettò la sfida: il cielo si oscurerà, profetizzò. E il sole si oscurò. L'astuto profeta, infatti, non si era lasciato sfuggire l'opportunità di un'eclissi di sole. Sarebbe apparso il capo annunciato dal Grande Spirito, esclamò. Apparve Tecumseh. Gli indiani furono storditi dall'entusiasmo e i bianchi temettero il peggio e invitarono Tecumseh a una presa di posizione. Tecumseh venne e tenne un discorso, che durò tre ore, davanti al consiglio riunito, in cui dimostrò che fino a quel momento i bianchi avevano rotto tutti i trattati, il che del resto non era difficile da dimostrare. Nella Storia dell'Illinois così viene descritta l'efficacia di Tecumseh:
Quando il discorso arrivava al suo tema preferito - l'unione, cioè, di tutte le tribù indiane - diventava veramente un'altra persona. L'ipocrisia che mostravano i politici, la naturale diffidenza nei confronti delle altre razze, la calma dignità dei guerrieri, egli emanava tutto ciò, quando gettò il suo mantello. Il suo petto si gonfiava per l'eccitazione e dalla sua anima fluiva il suo discorso come un fiume in piena.
Nell'anno 1806, i Potawatomi regalarono ai due fratelli e ai loro sostenitori un terreno sul Wabash. Dove il Tippecanoe Creek sfociava nel Wabash nacque una città indiana, chiamata Prophet's Town, che avrebbe dovuto diventare la capitale di una grande confederazione indiana. Tecumseh, con la lungimiranza dell'uomo di stato, aveva fatto il primo passo per passare da un'alleanza militare, limitata nel tempo, ad una Confederazione duratura come base per la fondazione di uno Stato indiano. Purtroppo il progetto non si sarebbe mai realizzato. Un viaggio senza successo di Tenskwatawa dagli Osagen fece nascere il germe della gelosia in Tecumseh: la prima pietra del tragico fallimento del grande capo indiano. Non tutti gli indiani, infatti, erano entusiasti dei progetti di Tecumseh, ma dovevano provvedere alla realizzazione della grande città degli indiani con i proventi della caccia e dei loro campi. Il profeta perseguitava con cinico fanatismo tutti coloro che non volevano partecipare al grande progetto. Leatherlip, un vecchio capo Wyandot, mise in guardia dal pericolo che inglesi e americani potessero eliminare gli indiani, attaccandoli come con una forbice. Fu condannato a morte e giustiziato. Tecumseh per quattro anni (dal 1806 al 1810) viaggiò in lungo e in largo per l'America del Nord, dai Grandi Laghi fino alla zona dei Creek, il cui capo Aquila Rossa voleva portare dalla sua parte. Al suo ritorno venne a sapere che i Miami, nel 1809, avevano venduto delle terre sul Wabash, senza interpellarlo, contravvenendo così agli accordi di non dare via più terre se non fosse stato deciso da tutti i mèmbri della Confederazione. Furente, minacciò di morte il capo che ne era responsabile e dichiarò nullo il contratto. Il governatore Harrison inviò messaggeri a Tenskwatawa, che li ricevette freddamente e rifiutò di andare a Vincennes per le trattative. Allora Harrison pretese la sottomissione degli indiani con una giustificazione che potremmo definire null'altro che una vera e propria impudenza::
Che cosa avete contro il Consiglio dei sette? Vi hanno tolto qualche cosa? Hanno violato trattati stipulati con gli indiani? Sostenete che avrebbero acquistato terre da gente che non aveva diritto di venderle? Dimostratelo e la terra vi verrà restituita subito. Mostrateci quali sono i legittimi proprietari!
Accompagnato da quattrocento guerrieri ornati di piume, Tecumseh comparve davanti ad Harrison che aveva voluto provocarlo con l'argomento del contestato acquisto di terra e gli presentò le sue richieste: non desiderava che scoppiassero più guerre con gli Americani, si opponeva però ad un'ulteriore penetrazione dei bianchi e che d'ora in poi avrebbe permesso la vendita di terre solo se unanimemente autorizzate da tutti i capi della Confederazione.:
La mia voce interiore che è legata ai vecchi tempi, mi dice che non molto tempo fa non vi erano bianchi su questo continente, allora tutto apparteneva al Grande Spirito, che aveva creato gli Indiani per abitarlo, per esplorarlo, per godere di ciò che produceva e per popolarlo di uomini di quella stessa razza che un tempo era una razza felice. In seguito i bianchi, sempre insoddisfatti, la ridussero sempre più alla miseria. La sola strada per affrontare questo male e porvi fine è che gli Indiani si uniscano e avanzino pretese tutti insieme e con uguale diritto sulla terra, com'era prima e come deve essere anche ora. Poiché il paese non fu mai diviso e appartiene a tutti per l'utilizzo comune, nessuno ha il diritto di venderne una parte ne reciprocamente ne, ancor meno, a stranieri che vogliono tutto e non si accontentano di meno. Lo stesso pezzo di terra non può essere posseduto due volte. Il primo possesso esclude gli altri. Quando si caccia o si viaggia la cosa è diversa, poiché lo stesso pezzo di terra serve a molti... Ma un giaciglio è qualche cosa di fisso. Appartiene a colui che per primo si stende sulla sua coperta o sulla sua pelliccia e gli appartiene finché lo lascia e nessun altro ne ha diritto.
Harrison, nella sua risposta, contesta che gli Indiani rappresentino una nazione e fa cenno alla diversità delle lingue, senza rendersi conto che, anche nella sua "nazione", si parlavano le lingue più disparate. In un successivo incontro, Tecumseh non chiese altro che la restituzione dei territori arbitrariamente venduti nel 1809 e offrì agli Americani, in cambio, la promessa che sarebbero stati fedeli alleati contro gli Inglesi. Harrison rispose che non vi era alcuna speranza che questa offerta fosse accettata dal governo. Per Tecumseh, dopo l'atteggiamento negativo degli Americani, naturalmente gli Inglesi rappresentavano il male minore. Gli Inglesi, ovviamente interessati a tutti gli sviluppi che potessero danneggiare gli Americani, da parte loro appoggiarono Tecumseh. Promossero anche il suo progetto per la costruzione di uno Stato indiano, poiché avrebbe potuto avere un effetto dilatorio sul diretto confronto tra loro e gli Americani. Messaggeri portarono il segnale di guerra a tutte le tribù e la maggior parte aderì all'alleanza che Tecumseh paragonò alla costruzione di una diga contro la marea bianca. Ammassò provviste di cibo, di armi e munizioni a Prophet's Town e sviluppò un piano per gli attacchi che redasse nella forma, facilmente comprensibile, di un calendario. Si recò poi a sud per mobilitare i suoi alleati: oltre ai Creek, i Choctaw e i Chickasaw. Tuttavia, durante la sua assenza, il fratello Tenskwatawa rovinò i suoi piani. Harrison scrisse al Ministro della guerra, il 27 giugno 1811, dopo l'insuccesso delle ultime trattative::
Se non esistessero gli Stati Uniti, forse Tecumseh passerebbe alla storia come fondatore di un regno che potrebbe competere con il Messico e con il Perù. Non vi sono difficoltà che potrebbero farlo desistere dalle sue intenzioni. Da quattro anni si muove incessantemente. Ora si è fatto vedere sul Wabash, poco prima si trovava in riva ai laghi Erie e Michigan o sul Mississippi. Ovunque compaia, entusiasma gli uomini con rogetti. Ora è sul punto di completare la sua opera. Ma io spero che si possa distruggere quella parte del suo lavoro, che ritiene completata, prima del suo ritorno e che sia ancora possibile distruggere l'intera sua opera.
Harrison marciò su Tippecanoe con più di novecento soldati e pose il suo campo a una certa distanza dalla città degli indiani. Sopravvalutandosi e cedendo alla vanità, Tenswatawa spinse i suoi guerrieri all'attacco, contro le disposizioni di suo fratello. Per spronarli aveva promesso loro che avrebbe fatto impazzire gli americani o che li avrebbe uccisi. L'attacco fallì, i guerrieri indiani furono messi in fuga; il profeta, che con quell'errore aveva perso il suo credito, fu incatenato dai guerrieri imbestialiti e minacciato di morte. Harrison continuò ad avanzare con i suoi e incendiò Prophet's Town. Tutte le abitazioni, che erano solide case di legno, tutte le fortificazioni e tutte le provviste e i depositi di armi bruciarono. Fece poi giungere agli indiani il messaggio che tutti coloro che avessero abbandonato il profeta, sarebbero stati perdonati. Quando Tecumseh tornò con grandi speranze per il successo del suo viaggio, trovò la sua città ridotta in cenere: i suoi grandiosi progetti erano stati distrutti perché le azioni di suo fratello erano state precipitose e perché si era sopravvalutato. Pieno di rabbia, inseguì i fuggitivi, trovò tra loro suo fratello e, furente, lo prese, lo scosse e lo rese così zimbello di tutti. Solo grazie alla parentela con Tecumseh, il derelitto Tenskwatawa deve il fatto di esser scampato al linciaggio. Tecumseh si sentì profondamente ferito quando chiese un colloquio con il presidente americano, il cosiddetto Grande Padre, e gli fu concesso solo a condizione che vi si recasse solo. Naturalmente rifiutò e si diresse verso il Canada ed entrò nell'esercito inglese. Con atteggiamento scostante rifiutò di prender parte a una trattativa di pace con gli Americani. In breve tempo aveva radunato intorno a sé settecento guerrieri e molti capi militari lo seguirono. Dopo la battaglia di Brownstown, fu nominato generale di brigata dell'esercito britannico per le sue eccezionali capacità militari. Con il generale Brock, il nobile e coraggioso comandante supremo degli Inglesi in Canada, assediò Detroit e ciò in cui, mezzo secolo prima, era fallito Pontiac, riuscì a Tecumseh: Detroit si arrese. Il comandante americano, il generale Hull, fu mandato dai suoi stessi uomini davanti alla corte marziale e condannato alla fucilazione (ma fu poi graziato). Nella battaglia di Queenstown cadde il generale Brock che fu subito, ma malamente, rimpiazzato dal generale Proctor, vile e debole, con cui in seguito Tecumseh ebbe numerosi scontri, specie quando Proctor tollerò l'uccisione di prigionieri inermi. Tecumseh intervenne personalmente e ottenne la liberazione di alcuni di loro. Il nobile capo giudicò l'incapace Proctor come il suo vecchio avversario Harrison, che paragonava a una marmotta che si nascondeva nel terreno e dietro i tronchi d'albero. Quando Proctor si volle ritirare con i suoi soldati, Tecumseh lo costrinse a fronteggiare gli americani sul fiume Thames::
Hai sempre sostenuto di fronte a noi che mai avresti ceduto suolo inglese. Ma ora batti in ritirata davanti ai nostri occhi... Hai armi e munizioni. Se vuoi andartene, vattene! Lasciaci le armi. La nostra vita è nella mani del Grande Spirito. Siamo decisi a difendere il nostro paese e, se sarà la sua volontà, anche a lasciare qui le nostre ossa.
Prima della battaglia fu assillato da premonizioni di morte; cambiò l'uniforme inglese e la spada con il semplice abbigliamento indiano di pelle e affrontò quella battaglia da cui non avrebbe fatto ritorno. Non si sa bene chi lo uccise e non si trovò più neppure il suo corpo. I suoi fedelissimi lo misero al sicuro in tempo da eventuali scempi da parte di vili nemici. Il che era prevedibile: infatti, dopo la battaglia, alcuni pionieri del Kentucky tolsero delle strisce di pelle ad un guerriero morto, trovato con ricchi ornamenti, che ritenevano fosse Tecumseh e ne fecero cinghie per affilare i loro rasoi. Gli Indiani avevano perso con Tecumseh uno dei loro personaggi più geniali. Oltre alle sue capacità fuori dal comune quale uomo di stato, fu anche un grande uomo e lo dimostrò innanzitutto con la sua integrità e con la sua sincerità. Rispettò sempre le condizioni e i princìpi di umanità e pretendeva che anche gli altri li osservassero. La mancanza di comprensione da parte degli Americani per l'autonomia e i diritti primari degli Indiani, l'incapacità e la mancanza di volontà di limitare efficacemente la fame di terra della loro gente, avevano annullato la più grande opportunità di fondare uno Stato indiano. Gli Inglesi onorarono il ricordo di Tecumseh facendo avere una rendita alla sua vedova. Tenskwatawa sopravvisse per molti anni a suo fratello. Dopo la guerra del 1812 ricevette, a sua volta, una pensione dagli inglesi. Solo nel 1826 tornò in Ohio dagli Shawnee, che seguì nel 1827 sulla riva ovest del Mississippi, nei pressi di Cape Girardeau, nel Missouri. Nel 1832 gli fece visita Catlin e terminò finalmente il ritratto di colui che un tempo era stato il profeta. Tenskwatawa morì nel 1837 a Wyandotte County, dove la sua tribù si era, ancora una volta, trasferita. Con la morte di Tecumseh si era rotto il legame che aveva tenuto insieme la maggior parte delle tribù del "vecchio Nord-Ovest". Inoltre gli Inglesi avevano subito una grave e definitiva sconfitta, tanto che li spinse a evitare ogni successivo confronto con gli Stati Uniti. Infine il giovane stato aveva raggiunto la pace a cui aspirava, anche se si trattava di una pace costruita sul sangue e sulle lacrime di coloro che erano stati i padroni originari del paese.
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