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Cultura dei Nativi Americani

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Victorio

Victorio

Tribù: Mimbreño Nato: nel 1820 a Ojo Caliente | Morto: 14.10.1880 a Tres Castillos Hills
Victorio

Nel Messico del Nord si racconta che Victorio fosse di origine messicana e che fosse stato rapito da ragazzo nel Rancho del Carmen e cresciuto dagli pache. Questi sospetti erano alimentati anche da un certo atteggiamento da parte dei bianchi che tendevano a ritenere che se gli indiani ottenevano successi militari, il loro comandante non potesse essere indiano'. In ogni modo Victorio si sentì per tutta la vita un apache e non si differenziò mai ne per aspetto ne nel modo di vivere ne per religione dagli altri mèmbri della sua tribù, neppure di poco. Aveva un aspetto imponente, lineamenti fieri, mascelle larghe e una bocca sottile che tradiva una grande energia. Mangas Coloradas lo nominò come uno dei suoi vicecapi e consiglieri e fu così che imparò dal grande capo anche le doti tattiche e strategiche in cui, in seguito, superò addirittura il maestro. Victorio partecipò alla guerra durata decenni dei Mimbreno e dei Mescalero prima contro i Messicani e poi contro gli Americani, dove dimostrò una circospczione inusuale anche tra gli Apache, nel fare la guerra. Dopo la morte di Mangas Coloradas, Victorio continuò la guerra di propria iniziativa con un gruppo di Mimbreno e di Mescalero. Operava soprattutto nella zona del Rio Grande a sud di El Paso. Quando il governo americano, dopo la fine della guerra di secessione, cercò di prendere contatto con gli Apache, Victorio si dichiarò disposto al colloquio. Il 21 aprile 1865, con Nana, suo vicecapo, incontrò un rappresentante del governo e Victorio si dichiarò più che disponibile a trattare la pace:

Io e la mia gente siamo stufi di combattere, vogliamo la pace. Siamo poveri e non abbiamo a sufficienza per mangiare e per vestirci, ne noi, ne le nostre famiglie. Vogliamo concludere la pace, una pace duratura.

Il governo comunicò loro che avrebbero dovuto andare a Bosque Redondo e che non vi era altra soluzione. Victorio chiese tempo per riflettere e diede appuntamento ai rappresentanti del governo, due giorni dopo, a Pinos Altos. Ma attesero invano, Victorio e i suoi erano andati in parte verso il Messico e in parte da Cochise: non avevano, infatti, alcuna intenzione di andare nell'odiato Bosque Redondo. La guerriglia, di conseguenza, continuò finché l'inviato del presidente Grant, Vincent Collyer, nel 1871 riuscì a convincere la maggior parte degli apache a recarsi nella riserva. Victorio e la sua tribù però non vi rimasero a lungo e di propria iniziativa andarono nella riserva di Chiricahua e non si decisero a lasciarla finché non ricevettero ufficialmente una propria riserva a Warm Springs (Qjo Caliente), che rispondeva maggiormente alle loro aspettative. Sembrava a questo punto che si fosse giunti a una pace definitiva: la gente di Victorio era contenta e stava bene, ma all'improvviso il governo americano non tenne fede, per l'ennesima volta, alle promesse e ai trattati e fece pressione per una politica di "concentrazione", politica che consisteva nel radunare tutti gli indiani di una regione in un'unica riserva. Si tratta di qualcosa di più di un gioco di parole se si definiscono queste riserve i primi campi di concentramento in America. La riserva in questione era quella di San Carlos e il motivo, piuttosto pretestuoso, per il nuovo trasferimento fu il presunto appoggio fornito dagli Apache di Warm Springs ai Chiricahua in rivolta. Nel maggio 1877, gli apache di Victorio furono portati nella desertica e orribile riserva di San Carlos, ma già in settembre circa trecento di loro fuggirono e, anche se una parte fu spinta dalla fame a tornare, gli Americani rividero la loro decisione e permisero il ritorno a Warm Springs. La gioia però durò poco perché, nell'agosto del 1878, furono cacciati nuovamente nella riserva di San Carlos. Allora Victorio decise di essere stanco di quell'andirivieni e scomparve in montagna con ottanta guerrieri. In febbraio tornò di nascosto in visita alla sua gente e raccontò di come stessero bene gli apache liberi e invitò gli altri ad unirsi a lui. Quando gli impiegati americani vennero a sapere della sua presenza si dissero disposti a discutere ma Victorio, più che mai diffidente, scomparve di nuovo. Ricomparve a fine giugno per trattare con l'agente S.A. Russel e chiedere che la sua gente potesse sistemarsi presso i Mescalero e che ricevesse le medesime razioni, ma Russel si mostrò indeciso e volle prima chiedere a Washington. Victorio però, sul cui capo pendeva un'accusa di assassinio nella contea di Grant, divenne molto nervoso quando seppe che un gruppo di uomini, con un giudice e un procuratore, stavano arrivando da Silver City. Senza far tempo in mezzo chiese di parlare con Russel e lo minacciò di prendersi ciò di cui aveva bisogno senza attendere oltre. L'agente, impaurito, chiamò in soccorso delle truppe da Fort Stanton, per cui Victorio e i suoi scomparvero. Poco prima Victorio era andato a congedarsi dal dottor Blazer, il medico dell'agenzia, e gli aveva confidato di avere paura di restare più a lungo. Lo sconsiderato modo di agire di Russel fu la scintilla che fece esplodere il barile di polvere da sparo. Dopo aver razziato due greggi di pecore, Victorio si spostò a ovest mettendo a ferro e fuoco la regione del Rio Gila. I soldati lo inseguirono, per cui si diresse a Sud-Ovest, passò per il New Mexico e attraversò il confine messicano, ma poco dopo rientrò negli Stati Uniti e si unì a un gruppo di Mescalero al comando del capo Cabalerò. Dal momento, però, che il 10° Cavalleria e i Texas Ranger erano sulle sue tracce, fuggì di nuovo in Messico con il suo gruppo di guerrieri che nel frattempo era aumentato fino a trecento unità. Il 4 settembre 1879, comparve inaspettatamente a Warm Springs, dove era stata costruita una postazione militare, e assalì all'improvviso gli otto soldati che custodivano le greggi e nel giro di pochi minuti gli apache erano scomparsi con un bottino di quarantasei cavalli, lasciandosi alle spalle otto soldati morti. Il comandante della postazione militare tentò disperatamente di inseguire gli apache, ma ormai si erano volatilizzati. Vi furono molte altre azioni di Victorio di questo tipo e i suoi stratagemmi erano quasi inesauribili. A ottobre, dalle zone del confine messicano partirono venti volontari per una spedizione punitiva contro gli apache. Quando scorsero sul bordo della strada tré cavalli liberi, si avvicinarono per prenderli ma gli apache, che erano appostati, aprirono il fuoco e ne uccisero sei prima che i sopravvissuti potessero chiedere aiuto anche se, nel frattempo, gli apache avevano trovato riparo oltre il confine messicano. Le audaci imprese di Victorio seminarono il panico nell'agenzia e perciò Russel chiese rinforzi, ottenendo però una risposta negativa che creò seri dissapori tra l'agente e i militari. Si accusarono a vicenda di incapacità nel trattare il "problema indiano", un'accusa che del resto era giustificata per entrambe le parti. La situazione è chiarita bene da una lettera del luogotenente G.W. Smith, indirizzata a Russel il 2 dicembre 1879:

L'avevo messa in guardia del pericolo in cui ora Lei si trova e non posso fare altro che ripetere l'avvertimento. Le faccio notare che si può fidare solo di un apache morto. Che Dio le stia vicino, perché è l'unico che può farlo se si fida di un apache vivo.

Victorio si dimostrò molto abile nel mettere in scacco sia i messicani che gli americani che lo inseguivano. Aveva trovato, infatti, un perfetto nascondiglio nelle Candelaia Mountains, da cui poteva seguire tutte le iniziative dei suoi nemici. Quindici messicani che si avvicinarono per convincerlo a lasciare il territorio non tornarono mai più indietro, così come i componenti del secondo gruppo sopraggiunto per salvarli. I successi di Victorio contro un nemico tanto più forte non dipendevano solo dal suo spirito combattivo e dagli innumerevoli trucchi che conosceva ma si basavano anche su un servizio molto ben organizzato di notizie, comunicazioni e segnalazioni. Venivano mandati segnali con gli specchi, avevano una rete di spie in tutti i dintorni, facevano correre i loro cavalli fino alla morte e si cibavano della loro carne. Si rifornivano quindi di nuovi cavalli al ranch più vicino o li prendevano dai pastori messicani, con cui avevano un buon rapporto e da cui si procuravano anche armi, munizioni e viveri. L'esercito americano era quasi ridotto alla disperazione dalle fulminee azioni degli apache e l'effetto delle notizie dei loro successi erano ancora maggiori nella riserva apache. Sempre più numerosi erano gli indiani che, di notte, lasciavano la riserva per unirsi a Victorio. Ma i capi, nella riserva, mantennero il sangue freddo ed esortarono alla calma. Al contrario, nella loro furia cieca, gli ufficiali dell'esercito non fecero distinzione tra gli apache pacifici e quelli bellicosi e usarono tutte le loro energie per distruggere le forze combattenti della tribù. Occorre sottolineare che i soldati impegnati a inseguire Victorio evitarono accuratamente di avvicinarglisi troppo. Per la prima volta riuscirono a vederlo alla fine del maggio 1880, per merito dei famosi scouts apache; già il generale Crook aveva dovuto riconoscere che gli Apache avrebbero potuto essere sconfìtti solo con le loro stesse armi, cioè con l'aiuto della loro stessa gente. Il capitano H.K. Parker trovò il nascondiglio di Victorio e, di notte, lo fece circondare e il mattino seguente aprì il fuoco uccidendo parecchi uomini, donne e bambini. Gli apache si difesero strenuamente e gli scontri durarono tutto il giorno, finché Parker e i suoi furono costretti a ritirarsi per mancanza di acqua ma riuscendo comunque a rubare settantaquattro cavalli. La stampa americana parlò di questa "vittoria" con toni trionfanti. Victorio torno in Messico per rifornirsi di nuovi guerrieri e di cavalli freschi e quando, a fine giugno, ricomparve in Texas, si scatenò la più grande caccia all'apache a cui il Sud-Ovest avesse mai assistito. Duemila soldati americani marciarono a ovest del Texas e a sud del New Mexico, e a loro si unirono i Texas Rangers e le milizie di volontari mentre a Chihuahua si radunarono le truppe messicane per tagliare la strada a Victorio. Il capo si vedeva ora incalzato da ogni parte. A malapena riuscì a fuggire a un aggressore ma poco dopo cadde in un agguato, tesogli da un altro, ma con formidabile audacia riuscì ancora a salvarsi. Alla fine il detto che molti cani fanno la fine della lepre divenne realtà. Occorre inoltre sottolineare che l'azione comune di americani e messicani gli precludeva i rapidi sconfinamenti in Messico. A sud di El Paso si compì infine il suo destino. Nelle Tres Castillos Mountains, il 9 ottobre 1880, cadde in un agguato tesogli dai messicani. Gli apache combatterono fino all'ultimo uomo, nel vero senso della parola, e compirono autentici atti di eroismo fino a quando un tiratore scelto Tarahumara riconobbe Victorio nel tumulto e colpì il grande capo Mimbreno. Con lui persero la vita ottantasei guerrieri, solo pochi riuscirono a fuggire, mentre donne e bambini furono fatti prigionieri. Era morto uno dei più grandi e temuti capi apache e la miglior prova della sua grande importanza è la seguente frase del generale Crook:

Se fosse stato un bianco sarebbe entrato nella storia come uno dei più grandi condottieri che l'umanità abbia mai avuto.:

Poco prima della battaglia il vicecapo di Victorio, Nana, aveva fatto una ricognizione della zona con un gruppo di guerrieri e il suo gruppo rimase incolume, Ciò che accadde poi rappresenta uno dei capitoli più incredibili della storia della conquista dell'America del Nord.

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