RESA VOLONTARIA DI LUPO GIALLO
Lupo Giallo racconta come comprese che il sole era tramontato per sempre sulla sua libera vita di vagabondo. Come guerriero aveva dato buona prova di sé, ma adesso non aveva luoghi dove deporre la sua coperta, luoghi dove rifugiarsi che non fossero già circondati dai nemici. Fu mentre cavalcava in scenari appartenenti a tempi diversi e più felici che decise di tornare all'Agenzia Indiana dei Nasi Forati e di arrendersi.Tabador, Putim Soklahtomah, due altri e io, Lupo Giallo, restammo assieme.
Ci nascondemmo per circa tre soli, finché giungemmo a Lahmotta.
Quando vi arrivammo e vidi quel luogo, il cuore mi si spezzò.'
Pensai: "Non sono stati i Bianchi a cominciare la guerra. Sono stati solo il generale Howard e l'agente indiano.In consiglio, capo Tuhulhutsut venne frainteso, quando parlò in nostra difesa. Non provammo a fermarli, a impedire ciò che avevano da dire. Non cercammo di impedire la loro preghiera cristiana agli inizi dei consigli. La nostra religione non ci concede questi privilegi".
Tutto questo mi divenne chiaro e pensai che in fondo non ero cattivo.
Non avrei mai dato fastidi o procurato guai a nessuno. Ma se un Bianco si fosse infuriato con me, se mi avesse infastidito, lo avrei ucciso con la mazza da guerra.
Esisteva un nascondiglio dove avevamo sepolto alcune pelli di cervo e altri oggetti prima di scendere in guerra. Lo cercammo per recuperare gli oggetti nascosti, ma, poiché era sceso il crepuscolo, non lo trovammo.
Così andammo avanti. Presto arrivammo a una casa dove alcuni Bianchi mungevano le mucche. Legammo i cavalli e ci avvicinammo. Ma non li vedemmo più! Erano scappati!
Allora pregai Tabador, che parlava inglese, di chiamarli, di dir loro che eravamo amici. Tabador gridò diverse volte. Nessuno risposte. Nessuno si fece vedere.
Avevamo legato i cavalli alla casa. Dopo un poco, gli altri Indiani ripresero i cavalli e si misero in moto.
Quanto a me, ero ancora appiedato quando i Bianchi mi videro credendomi solo. Sotto la casa, era stato seminato un campo di grano: i Bianchi avanzarono attraverso questo campicello. Era ormai crepuscolo avanzato e si stava facendo buio. Feci pochi passi e un Bianco mi sparò: solo dal lampo della fucilata intuii la direzione dalla quale proveniva il colpo. Era così vicino che il fumo mi investì, avvolgendomi la camicia.
Il mio compagno, che si trovava a pochi passi di distanza, rispose al fuoco dell'uomo mentre balzava verso la macchia. Udii il rumore dei suoi passi in corsa: aveva avuto paura, avendomi mancato.
Poi sentii una voce a poca distanza da me: Putim Soklahtomah emise una specie di ruggito e galoppò attraverso il campo di grano più veloce che poteva. Ma il Bianco era ormai lontano. Si chiamava Charley Wood.
Sul margine di un bosco di salici, circa cinquanta passi dalla casa, era legato un cavallo, già sellato: era un bel lionato.
Lo indicai ai miei compagni: « Guardate che bella bestia! Quei Bianchi sono usciti dal loro nascondiglio solo per spararmi. Non vogliono essere amici. Cercano guai! Cattureremo quel cavallo!».
Quando calò la notte, noi cinque ci mettemmo in moto, ma due si fermarono a mezza strada, di sentinella. La lunga corda cui era legato il cavallo passava attraverso cespugli e si allungava verso la macchia folta.
Notando ogni particolare, pensai: "Forse quei Bianchi nascosti tengono un capo della corda. Aspettano che prenda il cavallo per spararmi. Se muovo la corda, sapranno che mi avvicino".
Confidai a Soklahtomah i miei pensieri. Con la sei-colpi pronta, afferrai la corda, ma senza tirarla o darle uno strattone. Poi mormorai a Soklahtomah: « Taglia la corda e lasciala nei cespugli! ».
Quando lo fece, guidai via il cavallo.
A una certa distanza, presi la briglia che pendeva dal corno della sella e la sistemai al cavallo. Quindi passai le redini a Soklahtomah e gli dissi di montare in sella. Obbedì, ma il cavallo cominciò a saltare e a impennarsi: era molto vivace! Ma Soklahtomah sapeva cavalcare nascosto agli occhi del nemico, appeso al fianco dell'animale. Ce ne andammo, senza disturbarli più. Se quegli uomini che mungevano fossero venuti fuori dimostrandosi amici non avrebbero perduto quell'animale.
Ci accampammo per la notte e di primo mattino giungemmo al Tahmonmah [fiume Salmon], poco sopra Lahmotta. Guardammo al di là: un cinese venne verso di noi, attraversando il fiume su una barca. Soklahtomah ed io attraversammo con lui.
Un uomo rimase con i cavalli. Due uomini restarono indietro su una collina come esploratori. Dopo lo sbarco sull'altra riva, uno degli esploratori ci gridò: « Un Uomo Bianco risale la pista del fiume! ».
Attendemmo l'uomo presso una strettoia della pista, ma quando il cavallo ci annusò non volle proseguire.
Poi, piano piano si avvicinò alla strettoia e io gli presi le briglie. Il cavallo si arrestò. Gli occhi di quell'uomo erano rivolti all'insù e non li vedevamo. Poi Soklahtomah gli disse: « Non aver paura! Vogliamo solo farti una domanda. Abbiamo sentito dire che i soldati e i Bannack sono nei guai. Stanno combattendo? ».
Gli occhi dell'uomo si abbassarono, ma sembrava spaventato e tuttavia ci rispose: « Sì; i Bannack e i soldati combattono. Ma una cosa voglio saperla anch'io. A quale tribù appartenete? Non sono affari miei, ma mi piacerebbe saperlo ».
Gli risposi parlandogli per mezzo di Soklahtomah. « Siamo di Lapwai e stiamo cercando il nostro bestiame. Siamo distanti da tre settimane e non abbiamo notizie dirette. Non sappiamo niente. Ma adesso torniamo a casa. Non vogliamo darti noia. » L'uomo ci strinse la mano e galoppò via. A una certa distanza da noi, frustò il cavallo e scomparve rapidamente. Vedendolo correre così, ci venne da ridere.
Riattraversammo per raggiungere i nostri compagni e scendemmo fino al Tahmonmah. Ci trovavamo così nel territorio di Capo Tuhulhutsut, dove viveva, sotto Lahmotta, prima che ci attaccassero.
Due Bianchi ci vennero incontro. Quando il primo fu a una certa distanza da noi, scesi da cavallo e sedetti. Poi gli rivolsi la parola da amico: « Salute! ».
Ma compresi che non voleva parlare; allora feci qualche passo verso di lui, gli afferrai le briglie e gli dissi per mezzo dell'ínterprete: « Scendi! ». Mi rispose con un secco: « No! ».
Trattenevo il suo cavallo e lui mi gridò qualcosa. Gli ripetei: « Scendi! ».
Quando Soklahtomah tradusse le mie parole, l'Uomo Bianco rispose in fretta: « Il cavallo è mio. Non voglio scendere! ». Sollevai allora la mazza da guerra e lo colpii alla caviglia, dicendogli ancora: « Scendi! ». L'uomo emise un grido di dolore e smontò. Poi si mise a strisciare sulle mani e le ginocchia, lamentandosi.
Non l'avevo colpito molto forte: gli avevo dato solo un colpetto sull'osso. Mi rivolsi a Soklahtomah: « Prendi quell'altro. Fai smontare anche lui ».
Il mio compagno disse all'Uomo Bianco di smontare e quello obbedì. Aveva un cavallo quasi nero, con le briglie di crine e una sella nuova.
Poco dopo mi separai dai compagni di tante avventure. Consegnai a Soklahtomah la mia sei-colpi e distribuii i cavalli agli altri.
Tenni per me solo il lionato preso all'uomo che mi aveva sparato coprendomi gli abiti di fumo di polvere da sparo. Ormai non c'è molto da dire sulle mie astuzie, le mie imprese pericolose. Tutto ciò è adesso molto lontano da me: non ti parlo più da guerriero.
Cavalcavo solo, sapendo bene che cosa mi aspettava. I luoghi che attraversavo mi toccarono il cuore. Mi ricordarono í vecchi tempi, gli amici che avevano vissuto sul fiume. Amici, fratelli, sorelle mie! Tutto era finito! Sul fiume non sorgeva alcun tepee. Ero solo. Non mi importava di essere impiccato. Ero sicuro che non sarei morto per un colpo di fucile. Per uccidermi, dovevano impiccarmi. Quell'agente della chiesa! Quell'audace generale Howard! Avrebbero visto come sapevo morire! Io, un guerriero, che sapeva come battersí! Credendo sempre nella religione dei miei antenati, non conoscevo la paura.
Mi stavo dirigendo verso la Riserva. Là c'era l'agente che aveva aiutato il generale Howard a condurre la guerra contro di noi. L'avrei visto e lui avrebbe visto me. A Soklahtomah e agli altri non avevo fatto parola delle mie intenzioni. Volevo che nessuno le conoscesse.
Viaggiai tutto il giorno, senza fermarmi neppure per la notte. Il primo luogo che raggiunsi fu il posto di Amos Chely. Ci arrivai verso mezzanotte e quando gli esposi le mie intenzioni replicò: « Hai fatto bene a venire qui. Domani ti condurrò all'Agenzia ».
Mi dette qualcosa da mangiare e mi indicò dove avrei potuto dormire. Il mattino dopo, mi chiamò: « Sei sveglio, fratello? Qui vicino scorre un bel torrente. Nuota per un poco e ti sentirai meglio ».
Andai e mi feci una bella nuotata. Quando tornai alla casa, Amos mi disse: « Meglio che porti di sopra il fucile. I soldati potrebbero prendertelo! ».
« Va bene », gli risposi. Facemmo colazione, poi dissi ad Amos: « Mi riposerò per un poco, stendendomi sul pavimento ». La porta della cucina era aperta e dopo poco si affacciò Atpahlatkikt. Venne direttamente verso di me e mi rivolse la parola da amico. « Sono felice, fratello, di vederti vivo e sopravvissuto alla guerra. Voglio stringerti la mano! » E subito mi chiese: « Andrai all'Agenzia? ».
« Sì, c'è qualcuno che voglio vedere », gli risposi. « Chi è l'agente? Lo stesso che ha scatenato la guerra? »
« Proprio lui! »
Quando mi rispose così, compresi che l'agente era davvero un uomo cattivo.
Poco dopo entrò James Reuben, che non mi offrì la mano, ma disse solo: « Voi guerrieri orgogliosi! Troppo orgogliosi per ascoltare. Molti di voi sono morti. Molti si stanno putrefacendo sulla pista! ».
Non mi disse altro e uscì. Ero infuriato e se avessi avuto il fucile lo avrei ucciso. Ma non si trattenne, perché udii il suo cavallo allontanarsi al galoppo. Questo era James Reuben, cristiano!
Non molto dopo arrivò un ragazzo con i cavalli per la galoppata. Fu allora che Amos mi disse: « Lascia il cavallo che hai preso a Lahmotta. Lascia la sella. I ragazzi hanno le selle e una l'hanno messa al cavallo destinato a te ».
Partimmo e verso mezzogiorno raggiungemmo Lapwai, dove oggi sorge Spalding. Ci fermammo al magazzino, poi un agente della polizia indiana mi condusse all'Agenzia. L'agente ordinò al poliziotto: « Sedete qui fino all'una. Allora lo vedrò e gli parlerò ».
Mentre aspettavo, tre uomini mi si avvicinarono e mi strinsero la mano. Uno di loro era Charles Monteith, fratello dell'agente. Ma anche molti Indiani si raccolsero attorno a me, dicendomi: « Se hai fatto qualche errore, ti impiccheranno. Racconta solo la verità, i fatti ».
Me lo ripeterono molte volte. Sentendoli parlare tanto, mi arrabbiai e detti un ordine: « Zitti! Non dite altro. Se il vecchio agente decide di impiccarmi, lo accetterò. Va bene. Ingrasserà quando mi impicca. E questa la ragione per la quale sono venuto in questa Riserva! ».
Non parlarono più: non volevano che venissi impiccato o ucciso. Il poliziotto Indiano mi si accostò, dicendomi: « Verso l'una, fra circa mezz'ora, l'agente verrà a parlarti ».
Non detti segno di averlo sentito. Allora il poliziotto mi ripeté: « Hai sentito? ».
II poliziotto era un Indiano cristiano.
Alla fine gli risposi: « Non voglio ascoltare nessuno. Se io facessi parte di questo posto, ti lascerei parlare. Quando verrà l'agente, parlerò se ne avrò voglia. Io sono uno dei guerrieri! Non sono di questo posto! Sono uno straniero! Saprete tutti se l'agente mi impicca, senza bisogno di dire una parola! Se decide di impiccarmi, lo accetterò di buon grado. Non ho più casa! ».
Il poliziotto Indiano non mi rivolse più la parola.
Rimasi a lungo nell'ufficio, in attesa. Alla fine tornò il poliziotto, che mi disse: « Solo per farti sapere che l'agente ti vedrà fra pochi minuti ».
« L'agente è ancora il signor Monteith? », gli chiesi. « Sì, è lui. »
« Non mi parlare di lui. Ascolterò solo se viene un uomo buono.»
Questo fu tutto quanto risposi al poliziotto Indiano. Non mi interessava sapere quando sarebbe venuto l'agente. Poi nella stanza accanto risuonarono i suoi passi. Li conoscevo bene! Aprì la porta ed entrò. Non mi guardai intorno, ma sapevo chi era. Lo stesso uomo! Lo sentii, ricordando come con un ago aveva perforato il cuore dei nostri capi, i nostri capi uccisi! Rimase in piedi, fissandomi. Io non restituii lo sguardo. Non volevo vedere il suo viso. E per questo mi voltai su un lato.
Poi fu l'agente a parlarmi, attraverso l'interprete: « Guardami! ».
No, mi rifiutai di guardarlo! Allora riprese: « Ti conosco. Sei un bravo ragazzo. Non voglio metterti nei guai! ».
Mi si avvicinò e mi strinse la mano. Non avrei mai voluto toccarlo, ma lo feci. Poi l'agente mi disse, con tono imperioso: « Devi dirmi quello che sai. Tu hai combattuto contro il generale Howard. Quattro giorni fa vi siete scontrati con i soldati, che hanno ucciso sei Indiani e catturato due donne ».
Furono queste le parole dell'agente. Gli risposi: « No! ». E pensai: "Perché il vecchio agente mi fa queste domande?".
« Tu sei un bravo ragazzo. »
A queste parole dell'agente, risposi: « No! Non voglio parlare di cose del genere. Tutto è finito. La guerra è finita. Non voglia riportarla indietro come nuova. Non voglio parlare, perché tutto è ormai finito. Guardami! [Lupo Giallo per mostrare il gesto che fece si alzò in piedi sollevando le braccia.] Non ho armi! Non voglio più parlare di guerra. La guerra è finita. Da come parli è come se tu prendessi un fucile e mi sparassi di nuovo ».
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