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Cultura dei Nativi Americani

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BADLANDS: Isole in un oceano verde

21/04/2004 371 visualizzazioni di Ellie

…Sobbalziamo sul Cuny Table, l’altopiano su cui i Cuny allevano cavalli e bestiame da oltre un secolo, grazie soprattutto all’abbondanza e alla varietà di erbe offerte da queste praterie.
Mentre procediamo lentamente fra l’erba ondeggiante dei pascoli, veniamo affiancati da cavalle e puledri. Ci fermiamo. Gli animali appoggiano il muso sul cofano, sapendo di poter ottenere dei cubetti di cereali pressati. . Ma i cavalli non sono gli unici ad approfittare dell’abbondanza di queste terre. Enormi chiurli americani cinguettanti sfrecciano sopra le nostre teste. I cervi muli sollevano il capo, tutti orecchie. Un gruppetto d’antilocapre ci osserva con aria indifferente. Poi, come se avessero sentito un colpo di fucile, due di esse scattano e fuggono con tale velocità da apparire come immagini sfuocate.
Più a nord, lungo il margine dell’altopiano, l’orizzonte cambia. La prateria cede il passo a un paesaggio spoglio e spettrale, talmente isolato che, dal 1942 al 1970, l’aeronautica militare e la Guardia Nazionale Usa lo hanno usato per le esercitazioni di bombardamento.

Badlands vuol dire “Terre cattive”, un nome che ha origini antiche: gli antenati degli indiani Oglala Sioux chiamavano la zona a nord del Cuny Table Mako Sica, alla lettera, “terra cattiva”. Avevano i loro buoni motivi. L’acqua e il vento hanno plasmato questa regione per millenni, formando un labirinto di gole, precipizi, canyon, pinnacoli, pietre in equilibrio precario, tavolati. Su questi altopiani spogli e roventi non c’è traccia di vita, a parte qualche avvoltoio in cerca di una carcassa di lepre. Neanche i cacciatori di pelli franco-canadesi amavano questa zona, e la battezzarono les mauvaises terres à traverser, le terre cattive da attraversare.
Eppure c’è ricchezza in questa desolazione. Oggi il Parco nazionale delle Badlands, cuore stesso di questo paesaggio spettrale, attira fino a 900 mila visitatori l’anno. Vengono quasi tutti per percorrere la strada panoramica del Wall, una stretta muraglia con strati di roccia colorati lunga circa 100 chilometri. Attorno alla muraglia e alle pareti circostanti, e negli interstizi che si formano fra l’una e le altre, si estendono 240 mila ettari di prateria, quasi tutti sotto la tutela del Servizio Forestale Usa, così come la Bufalo Gap National Grassland (Prateria Nazionale di Buffalo Gap). Insieme, le due aree protette formano un ecosistema di quasi 345 mila ettari, landa silenziosa in cui enormi nubi temporalesche vagano su orizzonti lontani.
Ma fra i dirupi scoscesi e la piatta prateria c’è una terra di mezzo che è un tesoro inestimabile. Pochi chilometri ad ovest del Wall, gli altopiani cedono il passo ad una serie di basse colline color smeraldo costellate di ginepri e pioppi. Qui un fiume, il Sage Creek, e i suoi affluenti, si snodano per chilometri attraverso un’antica piana alluvionale. Per un escursionista in cerca di solitudine, questo luogo è irresistibile: i sentieri si conservano grazie al continuo calpestio di circa 800 bisonti, reintrodotti a partire dal 1963. I loro zoccoli smuovono il terreno e i loro escrementi disperdono i semi, rigenerando la prateria. Quasi estinti un secolo fa, oggi vi sono circa 2500 bisonti nei parchi nazionali e statali del South Dakota. I bisonti e le antilocapre mangiano anche gli alberelli, impedendo alla foresta di sopraffare la prateria. Sono stati anche reintrodotti i furetti dai piedi neri, a rischio d’estinzione, e qualche pecora bighorn.
Scelgo un sentiero e lo seguo verso sud. Gruppetti di bisonti pascolano su minuscoli praticelli ai piedi delle colline. Simile ad uno spettro, un coyote discende da un pendio a balzelloni. La brezza porta con sé il canto di sturnelle allodole occidentali, scriccioli di roccia e tiranni occidentali. Tre vecchi maschi di bisonte hanno perso metà del loro pelo invernale, che sventola nella brezza come una vecchia coperta rosicchiata dalle tarme.
Ogni estate, fino a 10 mila visitatori scoprono il vero motivo per cui è stato creato il Parco Nazionale delle Badlands. In un capannone poco distante dalla Loop Road, una strada asfaltata del parco, possono infatti assistere al lavoro dei ricercatori che estraggono ossa di 33 milioni d’anni fa. Li chiamano i fossili del White River, e vengono trovati un po’ ovunque nel parco, sin dal 1846. Un giacimento che ha regalato migliaia di esemplari preistorici a paleontologi famosi come Joseph Leidy, Othniel Marsh, Ferdinand Vandiveer Hayden. I fossili del White River si trovano nei musei di tutto il mondo, e vengono considerati esempi ideali dell’evoluzione dei mammiferi. Questo sito particolare è detto Big Pig Dig, “lo scavo del maiale” perché si ritiene che il primo fossile ritrovato appartenesse a una specie di maiale.
Nel parco non si trovano ossa di dinosauro perché al tempo dei grandi rettili la regione era un vasto mare interno. Nell’Oglocene i dinosauri erano scomparsi da tempo, il mare interno anche, e i primi mammiferi stavano colonizzando foreste e savane. Il Big Pig Dig, una pozza d’acqua che, asciugandosi, intrappolò gli animali nel fango, rappresenta un raro spaccato dell’evoluzione: rinoceronti senza corno, piccoli cervi, prototipi di cavallo, gatti grandi come leopardi.
I due visitatori che, nel 1993, scoprirono le prime ossa nel Big Pig Dig le lasciarono dov’erano. Un fatto gradito ma inconsueto per il personale del parco, visto che le White River Badlands sono state dichiarate parco nazionale nel 1978 proprio per proteggere i giacimenti fossiliferi dai collezionisti dilettanti. Qualche anno fa, un giovane ranger è incappato in uno scheletro fossile parzialmente sepolto. Si trattava di un animale della famiglia dei brontoceridi, un mammifero dalle dimensioni di un piccolo elefante, con escrezioni cornee sul muso. Alcune ossa sono state prelevate da cacciatori non autorizzati ma oggi il resto dello scheletro è stato preservato in situ.
La prima scoperta di un fossile in queste Badlands risale al 1846.
  Un altro brontoceride è diventato motivo di contesa. È stato trovato vicino allo Stronghold Table, nella South Unit del parco, zona di proprietà degli Oglala Sioux, parte della riserva indiana di Pine Ridge. I Sioux non vivono sullo Stronghold Table ma lo considerano terra sacra; è proprio su questo tavolato che, nel 1890, si è tenuta una delle loro ultime “danze degli spiriti”, cerimonia in cui si invitano gli spiriti degli antenati a tornare in vita per scacciare gli oppressori bianchi. Quello stesso anno, un gruppo di Sioux, pur essendosi arreso, fu massacrato dalle truppe Usa a meno di 50 chilometri di distanza. Lo Stronghold Table è ancora usato dai Sioux per le cerimonie religiose, e gli indiani tengono a poter dire la loro su ciò che può e non può essere fatto sulla loro terra. Nel 2002, in nome della protezione della loro cultura, hanno manifestato per bloccare gli scavi nel giacimento fossile. “Siamo in una situazione di stallo” dice Lopèz “Forse dovremmo ricorrere a un mediatore esterno. “Oltre ai furti tradizionali, ora c’è anche il geocaching”. Si tratta dell’ultima novità in fatto di caccia al tesoro, e consiste nel nascondere un container, e magari un oggetto, in un punto le cui coordinate Gps vengono immesse in Internet. A quel punto, chi vuole partecipare al gioco deve individuare la posizione dell’oggetto e andarlo a cercare. Ma ciò che preoccupa maggiormente Lopèz è una nuova variante del geocaching: c’è chi mette in Rete le coordinate dei fossili trovati nelle rocce del parco, affinché chiunque possa andare a vederli, o a sottrarli. Rachel Benton, paleontologa del parco, controlla ogni veicolo parcheggiato sulla soglia della strada e tutti coloro che portano con sé pale o sacche voluminose.
Ma se i funzionari del parco possono prevenire il furto di fossili, nulla possono contro altri processi naturali che danneggiano i reperti: il vento e l’erosione causata dall’acqua. Indicando un punto del Wall vicino al Cedar Pass, Benton spiega che la formazione delle Badlands consiste soprattutto in argilla indurita spessa centinaia di metri erosa dalle Black Hills, ad ovest, fra i 37 e i 25 milioni di anni fa. Eppure la formazione delle Badlands è cominciata appena 500 mila anni fa, un nonnulla per i tempi geologi. “È allora che i sistemi fluviali dello Cheyenne, del White e del Bad River hanno cominciato a fluire sopra quel sedimento argilloso, scavando il Wall” spiega Benton ”E all’attuale tasso di erosione, tutto ciò sarà scomparso nel giro di 500 mila anni”. Ma migliaia di fossili verranno spazzati via dall’acqua ben prima di allora: l’acqua e il vento continuano a modellare le Badlands, togliendo loro fino a tre centimetri l’anno.



Articolo di John L. Eliot
Fotografie di Annie Griffiths Belt

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