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La spedizione De Soto

27/06/2004 395 visualizzazioni di Marcalby

L'odissea di Hernando de Soto proseguì attraverso la Carolina e l'Alabama, dove superò i monti Appalachi, attraversò il paese dei Cherokee e dei Creek. Penetrato in seguito nel territorio degli Alabama e dei Mobile - tribù della famiglia Muskogi - il conquistador, il 18 ottobre 1540, venne coinvolto nella famosa battaglia di Mavila (vicino a Choctaw Bluff), uno degli scontri più sanguinosi che opposero bianchi e rossi.
Gli spagnoli furono abbagliati allorché incontrarono il sachem Tuscalusa (Guerriero Nero), il più bell'indiano che avessero mai visto. Era di statura gigantesca, poiché i soldati europei gli arrivavano al petto, aveva una splendida corporatura, un contegno nobile e severo e il suo sguardo rivelava un capo fatto per dominare e per vincere. Desideroso di impressionarlo, Don Hernando gli presentò un'esibizione equestre dei suoi migliori cavalieri, ma, fieramente drappeggiato nel suo mantello di piume, Tuscalusa rimase impassibile e invitò l'hidalgo a Mavila, la capitale dei Mobile. Strada facendo due militari che si erano allontanati non fecero più ritorno e de Soto minacciò allora il sachem di bruciarlo sul rogo se non gli avesse consegnato gli assassini. Tuscalusa promise di dargli soddisfazione appena la truppa fosse giunta a destinazione.
Il capitano partì per Mavila con 100 cavalieri e 100 fanti. Gli altri avevano l'ordine di seguirlo, ma si attardarono cammin facendo e arrivarono poi in ordine sparso. Il villaggio, situato in una bella pianura, era circondato da una robusta palizzata di tronchi e d'argilla e contava 80 grandi fabbricati. Prima di entrarvi, Don Hernando inviò due emissari a esaminare il luogo, ed essi constatarono sintomi inquietanti: un numero anormale di guerrieri e scorte di frecce. Il conquistador ordinò ai suoi uomini di tenersi pronti per ogni eventualità, di sollecitare l'arrivo dei rinforzi e di mettere in catene i portatori indigeni.
In effetti Tuscalusa aveva preso la decisione di annientare gli invasori e, a questo scopo, aveva concentrato là tutti i guerrieri della regione. In una tenda il capo teneva consiglio di guerra, chiedendosi se fosse opportuno attaccare subito, approfittando del fatto che il nemico era diviso, o fosse meglio attendere che gli spagnoli fossero tutti richiusi in città per spazzarli via in un colpo solo. La prima alternativa, più prudente, ebbe la meglio.
Don Hernando, con l'idea di impadronirsi del sachem, lo invitò a un banchetto; ma egli non vi andò e una guardia, davanti alla sua porta, incoccò una freccia. Uno spadaccino lo abbatté con un fendente ed ebbe così inizio la terribile battaglia. Da tutte le abitazioni uscì la massa urlante degli Alabama e dei Mobile, armati fino ai denti, che si gettavano sui fanti accampati nella piazza mentre i cavalieri erano fuori dalle mura per occuparsi dei loro cavalli. L'impatto fu così violento che quasi tutti i castigliani furono cacciati dal villaggio e respinti a una discreta distanza insieme ai cavalieri, travolti anch'essi dal flutto impetuoso. I guerrieri liberarono i loro fratelli incatenati, capovolsero i carri e si impadronirono dei bagagli. Le preziose perle di Cofitachiqui si dispersero ai quattro venti.
Qualche spagnolo riuscì però a indossare l'armatura e a raggiungere i primi cavalieri dell'armata, che sopraggiungevano dalla strada. Insieme, sferrarono una carica possente che ricacciò il nemico all'interno della città. Arrivati al bastione, si scontrarono però con una vera e propria barriera di frecce e pietre e furono costretti ad arretrare, mentre gli indiani, lanciandosi attraverso le porte o scendendo dalla palizzata, si facevano avanti. Ci fu così una feroce mischia di arcieri nudi e conquistadores coperti di ferro: alcuni pellerossa impugnarono le lance e gettarono a terra i soldati, ma i cavalli e le armature assicurarono la superiorità degli spagnoli. Dopo aver respinto il nemico dentro il villaggio, essi sfondarono la porta e il bastione a colpi d'ascia, poi aggrappandosi alle travi, lo scalarono e presero i difensori alle spalle. Sulla piazza, per le strade, sui tetti piatti dove i combattenti erano numerosi, la lotta infuriava. Ovunque gli indiani resistevano con la forza della disperazione; le donne, raccogliendo le armi cadute, si battevano al fianco degli uomini. Molti castigliani furono feriti, e fra loro lo stesso de Soto, che nonostante una freccia nella natica sarebbe restato fino alla fine a cavallo.
D'un tratto il conquistador ebbe un'idea diabolica e ordinò di appiccare il fuoco alle capanne di paglia, che si incendiarono immediatamente: fu subito uno spaventoso braciere, nel quale molti indiani - soprattutto non combattenti - morirono soffocati o carbonizzati, poiché le abitazioni erano dotate di una sola entrata.
Sopra il frastuono della battaglia si sentivano risuonare le trombe e i pifferi dell'armata che chiamavano i ritardatari. Questi, udendo i segnali e scorgendo la colonna di fumo che saliva dal villaggio, accorsero a ingrossare le fila dei loro compagni. Anche nelle strade l'acre fumo dell'incendio accecava e soffocava i combattenti. Ciò permise ai bianchi di lanciare una vigorosa offensiva, ma il vento girò e gli indiani riconquistarono il terreno perduto.
Il numero di guerrieri però diminuiva continuamente, mentre quello dei soldati aumentava; ora che l'effettivo iberico era al completo, non c'era alcuna speranza per gli indiani, sempre più deboli. L'armata fece piazza pulita, sterminando i drappelli che ancora resistevano, mentre altri si mettevano in salvo. Alla vista della propria disfatta, alcuni si gettarono nella fornace piuttosto che cadere nelle mani dei vincitori; un guerriero, unico sopravvissuto in mezzo ai cadaveri, ripresi i sensi, salì su un albero e si impiccò con la corda del suo arco.
La battaglia di Mavila, durata nove ore, finì così. È difficile ricostruirne le perdite esatte, poiché i cronisti divergono fortemente l'uno dall'altro; cercheremo quindi di fare delle stime tenendo conto dell'esperienza delle guerre indiane. Si può pensare che 47 spagnoli siano periti durante il combattimento e 35 in seguito, a causa delle ferite riportate. Non c'era che un solo medico e tutto il materiale per le medicazioni era andato perduto. Molti erano stati colti da una freccia all'occhio o alla bocca, poiché, consapevoli che il corpo era protetto dalle armature, gli indiani miravano al viso. La maggior parte dei soldati fu colpita, alcuni più volte: il numero dei feriti gravi ammontava a 150.
Per quanto riguarda i pellerossa, i dati in nostro possesso sembrano decisamente esagerati: la stima più bassa è di 1100 morti ed è senza dubbio quella più vicina alla verità, se si contano le vittime del combattimento, quelle dell'incendio e i feriti deceduti in seguito alle ferite riportate, che furono in parte spinti nella foresta e abbandonati al loro destino. Quanto ai feriti che sopravvissero si ipotizzerà la cifra - per la verità assai arbitraria - di 500, visto che la spedizione spagnola ne trovò qualcuno in tutti i villaggi circostanti. Si pensa che Tuscalusa sia morto fra le fiamme.
Gli spagnoli impiegarono tre settimane per curarsi e poi ripresero la marcia: erano delusi per non aver trovato l'oro e sfiniti per i continui attacchi. Avrebbero desiderato raggiungere nuovamente il mare, ma Don Hernando, ossessionato dal suo sogno, diresse le truppe verso l'interno, cosa che sarebbe stata la sua rovina. Nel dicembre del 1540 il conquistador raggiunse la terra dei Chickasaw, un popolo bellicoso come nessun altro, stanziato alla frontiera fra Alabama e Mississippi. Essi tentarono di fare resistenza sul guado del Tombigbee. Gli spagnoli lo attraversarono a forza, in capo a tre giorni, sulle zattere, sotto le frecce che piovevano dalla riva dirupata.
Arrivato al villaggio principale, Pontotoc - trovato abbandonato - l'hidalgo decise di trascorrervi la cattiva stagione e costruì un campo fortificato su una collina coperta di boschi. Gli indiani vi fecero alcune incursioni. Di tre indigeni, sorpresi a rubare maiali, due furono uccisi e il terzo rimandato indietro con le mani tagliate. All'avvicinarsi della primavera, durante i preparativi per la partenza, de Soto pretese dai Chickasaw una scorta di 200 guerrieri per trasportare l'equipaggiamento. Il loro capo, però, prese la richiesta come un insulto e così, il 4 marzo 1541, in piena notte, mentre un vento glaciale soffiava burrascoso, i Chickasaw, divisi in tre contingenti, si arrampicarono verso il fortino. Il capo militare, posizionato al centro dello schieramento, diede il segnale dell'assalto con tamburi e pifferi. I guerrieri si lanciarono in avanti con un grido tremendo, capace di gelare i1 sangue nelle vene e, con i tizzoni che avevano trasportato fin lì accesi, appiccarono il fuoco ai tetti di paglia. I malati morirono nell'infermeria in fiamme.
Colti completamente di sorpresa e mezzi nudi, gli spagnoli corsero verso i loro destrieri che, imbizzarriti, sfondarono le capanne. De Soto fu il primo a montare a cavallo e a lanciarsi alla carica fuori dalle mura, trascinando gli altri. Il frastuono della battaglia si confondeva con il fragore degli elementi scatenati; assalite dal panico, le bestie si imbizzarrivano e si sparpagliavano, mentre gli uomini, accecati dal fumo, restavano esposti ai dardi mortali. Una cinquantina di cavalieri spagnoli tentò di darsi alla fuga, ma un gruppo di fanti sbarrò loro la strada e li riportò al campo di battaglia.
Ben presto i Chickasaw penetrarono nel campo, dove si svolse un accanito corpo a corpo e de Soto fu sbalzato da cavallo. Dopo due ore di combattimento gli indiani si ritirarono, con sorpresa e sollievo degli assaliti. Si è detto che avevano creduto alla notizia dell'arrivo di rinforzi ai nemici. Furono inseguiti finché la luce spettrale dell'incendio lo consentì.
Il giorno sorse su uno spettacolo di desolazione: attorno alle macerie, 40 spagnoli giacevano privi di vita, in gran parte trafitti al cuore dalle frecce. I pellerossa avrebbero avuto 500 morti, cifra senza dubbio esagerata. La stragrande maggioranza dell'equipaggiamento fu distrutta e 50 cavalli morirono.
I castigliani costruiscono un altro campo, questa volta imprendibile, nelle vicinanze, ma gli indiani continuarono a bersagliarli quasi quotidianamente.
Gli spagnoli se ne andarono in aprile. Ovunque, al loro passaggio, gli indiani si asserragliavano nei loro villaggi, che venivano assaltati, depredati e bruciati. Tutti coloro su cui i conquistadores riuscirono a mettere le mani furono uccisi. Gli avventurieri giunsero infine a contemplare il Mississippi - il «Padre delle Acque», come lo chiamavano gli indiani - e i suoi flutti maestosi. Dopo averlo attraversato, nonostante una viva opposizione, penetrarono nelle Pianure e scoprirono indigeni ancora più selvaggi e aggressivi, dal viso fieramente dipinto. Dato che essi erano perennemente in guerriglia fra loro, de Soto ne sfruttò l'ostilità reciproca: in Arkansas, 200 dei suoi uomini si unirono ai guerrieri di una tribù e attaccarono l'accampamento fortificato di una tribù nemica. Ma i loro alleati si sbandarono e i soldati si ritrovarono ben presto soli, circondati da nemici: dovettero la loro salvezza alla clemenza del capo indiano, che li lasciò andare.
Presso i Tula - della famiglia Caddo, molto bellicosa a quei tempi - i guerrieri tendevano imboscate coprendosi d'erba per rendersi invisibili e le donne combattevano con altrettanto accanimento degli uomini. Gli spagnoli dovettero penare molto per ottenere indicazioni e per procurarsi «servitori», poiché gli indiani rifiutavano di parlare o di muoversi e, persino incatenati, bisognava trascinarli. Allora vennero uccisi tutti i maschi.
La spedizione svernò nella deserta Utiange e, per procurarsi schiavi, gli spagnoli presero d'assalto un pacifico villaggio al confine con la Louisiana, dove fecero prigionieri adulti e bambini. Poi de Soto decise di ritornare al Mississippi per fondarvi una colonia finché poteva disporre ancora di una truppa abbastanza numerosa, in considerazione del fatto che gli uomini erano ormai stati dimezzati. II Grande Sole, capo supremo dei Natchez, ricevette gli intrusi con alterigia, e meditò la loro rovina. Fu allora, il 21 maggio 1542, che il conquistador, minato dalle febbri, rese l'anima al diavolo. Per non rivelare la sua morte agli indiani, i soldati lo gettarono la notte nel fiume.

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