The vanishing American
Tranne che in poche zone, più che altro nel Sudovest, oggi i nativi americani sembrano misteriosamente assenti da gran parte dell'America moderna. Molti americani non hanno mai consapevolmente visto, per non dire conosciuto, un "vero" indiano. Il paesaggio dell'Ohio (a parte qualche tumulo preistorico sparso) o dell'Iowa o del Kansas, in effetti, non ci rivela niente sulle caratteristiche delle genti che vivevano in queste terre prima degli insediamenti europei ' come usassero la terra, che tipo di abitazioni costruissero, quale fosse la struttura delle loro comunità ' e neanche cosa gli sia successo. La prova visibile, tangibile, che siano davvero esistiti sembra essere stata, semplicemente, cancellata dalla faccia della terra. Ma l' "indiano" non è sparito dalla cultura americana. Il silenzio e il vuoto lasciati dalle persone vere e proprie sono stati riempiti da surrogati: semplici, vivide immagini che connotano vagamente un'epoca più remota e più pittoresca e che continuano a esercitare una presa straordinaria sull'immaginario collettivo. Appaiono nei film, nei libri e nei programmi televisivi; nei marchi commerciali (automobili Pontiac, tabacco Red Man); nei toponimi, come Massachusetts o gli onnipresenti Indian Lake e Shawnee Drive; e in espressioni del linguaggio corrente, come indian giver (per designare qualcuno che regala qualcosa e poi la rivuole indietro). Le case produttrici utilizzano nomi come Apache o Cherokee per evocare l'immagine del guerriero libero e selvaggio (ci andreste, voi, in battaglia pilotando un caccia che si chiama "Aborigeno"' O guidereste nel deserto una jeep che si chiama "Svedese"'). Per non dire poi di squadre sportive che si chiamano Braves e Redskins ('Pellerossa') il che equivale, come numerosi nativi americani hanno fatto notare, a chiamare una squadra Sporchi Negri o i Giudeo-Boys. E i visitatori delle comunità indigene (come posso personalmente testimoniare) vengono spesso messi in guardia dai non-indiani a «fare attenzione al proprio scalpo»! (Non è, ovviamente, un ammonimento reale tipo «non andare nei bassifondi quando fa buio». Viene sempre detto con un certo tono di scherzo maligno e sgradevole). Ormai è diffusa l'inquietante sensazione che queste immagini provengano dai "miti" sugli indiani, e negli ultimi trent'anni o giù di lì moltissimi scrittori e registi si sono ripromessi di rivelare, finalmente, «la verità che sta dietro il mito». A cominciare, negli anni Sessanta e Settanta, dal forte e sincero Seppellite il mio cuore a Wounded Knee e da film come Soldato blu e Piccolo grande uomo, un'intera generazione di scrittori e registi ha cercato, spesso molto dignitosamente, di rimettere a posto le cose offrendo una prospettiva indigena della conquista del West. Patrocinatori del politically correct hanno introdotto termini nuovi, come nativo americano al posto di indiano, nella speranza di sradicare gli stereotipi negativi. In luogo del bruto hollywoodiano con la faccia cattiva, ora la raffigurazione più consueta dell'indiano è quella di una vittima tragica, un amante della natura mite e profondamente spirituale in completa armonia con il suo continente vergine. Questa visione più benevola, e al momento assai più di moda, ha trasformato i nativi americani in un emblema tanto del movimento dei Verdi (un famoso spot pubblicitario degli anni Settanta, per esempio, sotto lo slogan: «Pollution: It's A Crying Shame» , mostrava un indiano con le trecce su una canoa di corteccia di betulla che piangeva per i guasti causati dall'uomo bianco) quanto della spiritualità New Age. Sono ormai migliaia i giovani americani ed europei che si dedicano a pratiche come la Capanna sudatoria, la Danza del Sole o i tamburi sciamanici con la convinzione che le culture indigene racchiudano una saggezza ancestrale che la civiltà occidentale ha perduto. Ma, pur con tutte le migliori intenzioni, questa versione romantica degli indiani è altrettanto mitizzante di quella che si cerca di sostituire. L'artista cherokee Jimmie Durham analizza il «romantico vocabolario coloniale» utilizzato per descrivere i nativi americani ' dove compaiono termini come "tribù" invece di "nazione", "guaritore" invece di "dottore" o "sacerdote" o "psichiatra" ecc., "guerriero" o "brave" invece di "soldato" ' e lo fa risalire all'idea settecentesca (e perfino precedente) del "buon selvaggio", concludendo che «serve a disumanizzarci, e a far sembrare i nostri affari e i nostri sistemi politici non altrettanto seri o avanzati di quelli degli altri popoli». In definitiva, l'indiano "buono" è altrettanto irreale dell'indiano "cattivo". Perché queste idee sui nativi americani, positive o negative che siano, si sono dimostrate così difficili da scalzare' Di certo perché hanno radici molto profonde, radici che risalgono ai primi tentativi europei di dare un senso al Nuovo Mondo e ai suoi abitanti nel periodo immediatamente successivo alla "scoperta". Le accomuna la credenza di fondo che "l'indiano" appartenga essenzialmente al passato, più che al presente. Egli non sarebbe che l'esotica sopravvivenza di uno stadio attraverso cui siamo già passati: una specie di anarchia primitiva che abbiamo superato (nel mondo, in noi stessi), oppure, a seconda dei punti di vista, un'innocente età dell'oro che abbiamo annientato per avidità e foga distruttiva. Nei secoli, quest'idea inizialmente innocua è stata manipolata e rielaborata per giustificare e spiegare il modo europeo e americano di trattare gli indiani. L'argomento chiave è che, poiché nativi e non-nativi vivono realtà completamente differenti, non ci si può aspettare che riescano a coesistere: per definizione, lo ieri deve far sempre posto al domani. Questo modo di vedere ha raggiunto il suo apogeo con l'idea ottocentesca dell'indiano come vanishing Americano (si noti come vanishing sia una specie di qualità intrinseca, come in vanishing cream , qualcosa che il soggetto fa, e non qualcosa che gli viene fatto). Mentre attestano la nostra capacità di svilupparci e progredire, le società native americane non sono in grado di cambiare se stesse. Ferme allo stato di natura e non addomesticabili, come gli animali selvatici con cui dividono l'ambiente, se messe a confronto con una civiltà più avanzata e virile non sono capaci di adattarsi, ma vengono condannate a sciogliersi "come neve al sole". L'unica speranza per l'individuo indiano è rompere la sua fedeltà alla tribù e diventare "civilizzato". L'interesse di questa concezione è evidente. Rimuove l'invasione e la conquista dell'America dall'arena della storia, dove i singoli esseri umani compiono le proprie scelte e sono in qualche modo moralmente responsabili delle proprie azioni, e trasforma tutto in un processo puramente automatico. È triste, certo ' una specie di operetta tragica, piena di arie commoventi come la dichiarazione di resa di Capo Giuseppe o le considerazioni (abbondantemente rimaneggiate) di Capo Seattle sulla Madre Terra ', ma in definitiva non avrebbe potuto essere diversamente. Come disse il riformatore Herbert Welsh, in maniera piuttosto tortuosa, già nel lontano 1890: «La convinzione che gli indiani appartenessero a una razza condannata, e che fossero incapaci di civilizzarsi, era così dominante e così fermamente radicata nelle teste della nostra gente da far loro legittimare l'ingiustizia nazionale come l'ineluttabile corollario di una conclusione che era inevitabile». In questo concetto c'è una circolarità che si autosoddisfa, un po' come nelle prove medievali di stregoneria in cui la sospettata veniva gettata in uno stagno: se galleggiava, ciò dimostrava che aveva poteri soprannaturali e doveva quindi essere messa al rogo; se affogava, non era certo una strega, ma naturalmente ormai era morta. Allo stesso modo ci si aspetta che i nativi americani dimostrino la loro autenticità scomparendo di fronte all'irresistibile avanzata del Progresso. Se non riescono a svanire, se invece cambiano e si adattano, allora, per definizione, non sono veri nativi americani. Storpiando appena la frase del generale Sheridan, l'unico indiano vero è un indiano morto, o almeno morente. Sebbene oggi la retorica del vanishing American venga usata raramente, molti dei concetti impliciti in tale teoria non sono mai stati seriamente messi in discussione. Diversamente dalle popolazioni native di Asia e Africa, gli indigeni americani non sono stati decolonizzati e noi non siamo stati obbligati a vederli in un ruolo completamente differente, o non abbiamo permesso a noi stessi di farlo. Al contrario, abbiamo aggiunto sempre più variazioni allo stesso tema-base, come strati di pelle callosa cresciuti su un nervo scoperto che tengono efficacemente l'America a distanza di sicurezza dal fatto di aver raggiunto la propria grandezza saccheggiando e sterminando quasi del tutto un altro popolo. Rifratti attraverso la cultura della più potente società della terra ' la stessa cultura che più di ogni altra ha modellato l'immaginario del ventesimo secolo ' questi stereotipi sono ormai così profondamente radicati nelle nostre coscienze da apparire quasi irremovibili. Il risultato, per i non-indiani, è una profonda confusione riguardo a chi siano i nativi americani e a cosa sia loro successo. Per gli indiani, è qualcosa di molto più serio. I preconcetti europei su di loro ne hanno, in larghissima misura, determinato la storia degli ultimi cinque secoli e il mondo in cui vivono oggi. Dai rapporti quotidiani con gli impiegati del Bureau of Indian Affairs riguardo le riserve, alle immagini di se stessi che vedono in televisione, la loro esperienza come popolo e come individui si forma in larga misura sui nostri equivoci. Fonte: James Wilson
Valuta questo articolo
Clicca sulle stelle per votare:
Nessun commento per questa news.