Il cuore del mondo
Gli indios della Sierra Nevada de Santa Marta non sono mai stati del tutto sconfitti dai conquistadores spagnoli. Discendenti dell’antica civiltà sudamericana dei Tayrona (che oggi conta circa 45 mila individui), le popolazioni dei Kogi, degli Arhuaco e dei Wiwa riuscirono a sopravvivere, quattro secoli fa, a massacri e pestilenze, e si rifugiarono in un eden montano le cui cime svettano a più di 5400 metri sulla costa caraibica della Colombia. In seguito alla conquista spagnola, questi indios elaborarono una inedita concezione del mondo, una rivelazione che conciliava le potenzialità della mente e dello spirito umano con le molteplici forze della natura.
Separati dalla lingua ma uniti dai miti e dalla memoria, questi tre popoli condividono uno stile di vita comune e le stesse basilari convinzioni religiose, mentre i Kankuamo, la quarta comunità che si rifugiò tra le vette della Sierra Nevada, sono più integrati nella società colombiana. I Kogi, gli Arhuaco e i Wiwa sono tutt’ora fedeli alle loro leggi ancestrali (i precetti morali, spirituali ed ecologici del creatore primordiale, una forza che viene identificata con la Madre) e sin da piccoli sono introdotti al sacerdozio rituale. L’iniziazione dei giovani accoliti può durare anche 18 anni: un lungo e arduo percorso per meglio comprendere e assorbire i valori della società a cui appartengono, compreso il concetto per cui sarebbero proprio i loro esercizi spirituali a mantenere l’equilibrio cosmico, o ecologico, come diremmo noi.
I discorsi dei sacerdoti, chiamati anche Mama, rivelano subito punti di riferimento ben lontani dalla nostra realtà. I Mama, infatti, parlano della conquista spagnola come di un avvenimento recente. Fanno riferimento al Se, forza creatrice e fulcro spirituale dell’esistenza, e all’aluna, cioè il pensiero, l’anima e l’immaginazione dell’uomo. Non attribuiscono importanza o valore a ciò che l’uomo può vedere o misurare, ma piuttosto ai molteplici legami che soggiacciono alla realtà tangibile. L’universo a nove strati della loro cosmologia, i templi a nove livelli in cui si riuniscono, i nove mesi che il feto trascorre nel grembo materno sono tutte espressioni della creazione, ognuna delle quali si riflette e interagisce con le altre.
In quest’ottica, una collina può anche essere una casa, le montagne un modello dell’universo. E i capelli bianchi degli uomini arhuaco simboleggiano le distese di neve delle vette sacre, così come i peli del corpo ricordano le foreste che ricoprono i pendii delle montagne. Ogni elemento della natura è impregnato di un significato più profondo, cosicché anche l’essere più umile può essere considerato come un maestro, e ogni elemento del mondo rispecchia il tutto.
In questa visone cosmica, l’individuo ha un ruolo centrale, poiché proprio attraverso il cuore e l’immaginazione dell’uomo è possibile giungere alla conoscenza suprema. I popoli della Sierra Nevada sono convinti che la stessa natura delle loro credenze li investa di una responsabilità particolare. Si autodefiniscono “fratelli maggiori”, veri e propri custodi del pianeta, e pensano che la montagna su cui vivono sia “il cuore del mondo”. Noi, profani che minacciamo la Terra con la nostra ignoranza delle leggi sacre, siamo invece ritenuti “fratelli minori”.
Per molti versi il territorio dei Kogi, degli Arhuaco e dei Wiwa, esteso su una superficie di due milioni di ettari, è davvero un microcosmo che riproduce il pianeta e che può essere considerato come il cuore simbolico. Solcato da oltre 30 bacini fluviali, il massiccio della Sierra Nevada de Santa Marta si erge a 5775 metri di altezza a picco sul mare e costituisce la catena montuosa costiera più alta del mondo. Il massiccio e la zona circostante, paragonabili a un’isola, presentano una sorprendente varietà di ecosistemi. Comprendono infatti paludi di mangrovie, foreste pluviali tropicali e distese di boschi, macchia e deserti. E poi, svettanti tra le nuvole e la pioggia battente al di sopra di tutto il resto, ecco la tundra alpina e le cime innevate su cui i sacerdoti celebrano riti e cerimonie sacre. Questi religiosi interpretano il loro lavoro spirituale come un esercizio volto all’ottenimento dell’equilibrio e dell’armonia tra le innumerevoli sfaccettature del creato. Ciò, sostengono gli indios, è proprio quello che la Madre desiderava. Secondo una leggenda, le montagne sarebbero nate quando la Terra venne avvolta attorno ad un enorme fuso, e furono così creati i nove strati dell’universo. Incrociando due pezzi di filo si sarebbero formati i quattro punti che rappresentono le varie comunità indigene e che sostengono la base della montagna, definita la patria dei “fratelli maggiori”.
L’atto della creazione viene costantemente rievocato. Il telaio, la filatura, il concetto di comunità radicata nella trama di un paesaggio sono metafore vitali che guidano e orientano l’esistenza dei popoli della Sierra Nevada.
Questi indios si guadagnano da vivere con l’agricoltura e si spostano continuamente attraverso ecosistemi diversi; sulle terre a livello del mare avviene la raccolta di manioca, mais, canna da zucchero e ananas, mentre in zone più elevate si piantano patate e cipolle, si pascola il bestiame e si raccolgono le stoppie.
Nel corso dei secoli, i popoli della Sierra Nevada hanno sviluppato una filosofia particolare, diametralmente opposta alla nostra visone aristotelica del mondo, talmente lontana dal nostro modo di pensare che è difficile per noi afferrarla, così com’è difficile per loro capire le decisioni e i valori che guidano la nostra cultura. Gli indios hanno assistito attoniti alla profanazione del “cuore del mondo”, all’abbattimento delle foreste, sostituite da piantagioni di banane e di palme da olio e ora anche dalla coltivazione di piante di coca per la produzione di cocaina. I guerriglieri e le forze paramilitari di destra hanno invaso la Sierra Nevada, trascinando gli indios nel caos politico che caratterizza la Colombia odierna.
Come se non bastasse, un’altra minaccia incombe dall’alto, dalle sacre vette. La neve e i ghiacciai della Sierra Nevada si ritirano in maniera preoccupante. Per i “fratelli maggiori”, anche questo è uno dei segnali che, con la follia dei “fratelli minori”, preannunciano la fine del mondo.
Introduzione di Wade Davis
Foto di Stephen Ferry
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