Sitanka Wokiksuye

Nel dicembre del 1990, trecento Lakota (Sioux) decisero di rivivere l'ultimo viaggio compiuto un secolo prima da Capo Grosso Piede e i suoi.
Per cinque giorni, viaggiando a cavallo e in fragili carri scoperti, dormendo all'aperto con temperature anche di trenta gradi sotto zero, digiunando e pregando, hanno lottato contro i blizzard e i rabbiosi venti artici che ogni inverno spazzano le Grandi Pianure.
Il loro obiettivo era raggiungere Wounded Knee, nel South Dakota, cento anni dopo il giorno in cui Grosso Piede e la maggior parte dei suoi furono uccisi dal Settimo Cavalleggeri degli Stati Uniti, e poi, nel corso di una cerimonia speciale, "tergere le lacrime" e liberare gli spiriti delle vittime.
L'impresa attirò un'attenzione enorme, almeno rispetto a quella suscitata in genere dalle storie riguardanti i nativi americani, che per meritare una certa pubblicità devono contenere qualche tragica esplosione di violenza o uno scandalo sulle riserve-casinò.
Una delle ragioni di tale risonanza credo sia dovuta al fatto che, di tutti i siti storici associati agli indiani americani, per l'America moderna Wounded Knee è ancora il più emblematico.
In quanto luogo dell'"ultima battaglia delle guerre indiane", è il posto dove i nativi americani, per dirla con le parole di uno storico, «hanno abbandonato la scena della storia».
Nel 1890 veniva dipinto come il trionfo finale del Progresso e della Civiltà (per quanto con un retrogusto di dolceamara malinconia); nel corso dell'ultimo secolo, e in particolare negli ultimi trent'anni, le mutate opinioni gli hanno conferito una risonanza più pietosa ed elegiaca.
Il cambiamento è simbolizzato graficamente dal pannello affisso sul posto, che è stato corretto da «Battaglia di Wounded Knee del 1890» a «Massacro di Wounded Knee del 1890».
Guardando da vicino, si vede chiaramente che la targhetta con la nuova parola è stata avvitata sopra quella vecchia.
Ma per quanto il tono possa essere cambiato, Wounded Knee sembra rappresentare ancora, in definitiva, una questione chiusa.
Il libro di Dee Brown Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, che forse come nessun altro ha concorso a diffondere una visione più comprensiva degli indiani si chiude con queste commoventi parole di Alce Nero:
Allora non sapevo quante cose fossero giunte al termine. Quando guardo indietro dalle alte colline della mia vecchiaia, vedo ancora le donne sventrate i bambini che giacciono ammucchiati e sparpagliati lungo le curve della gola, così chiaramente come li ho visti con i miei occhi di giovane. E vedo che là in quella melma insanguinata è morto qualcos'altro, ed è stato sepolto nella tormenta. Là è morto il sogno di un popolo. Era un bel sogno [...] il Cerchio della nazione si è rotto e i frammenti sono sparsi. Non c'è più alcun centro e l'albero sacro è morto.
Leggendolo, è difficile sottrarsi a un sentimento di opprimente definitività: la sensazione che la straziante storia dei Sioux di Alce Nero (e quindi dell'America indiana) sia finita.
In quest'ottica, la Cavalcata di Wounded Knee sembra più che altro un epilogo, la coda di un capitolo chiuso ormai da molto tempo, e certamente gran parte dell'attenzione che le ha dedicato la stampa comunica quest'impressione.
Nei titoli ricorreva la parola "fantasmi", riferita sia ai molti seguaci del culto della Danza degli Spiriti nel gruppo di Grosso Piede, sia, implicitamente, per descrivere gli stessi cavalieri.
E le fotografie e le riprese televisive tendevano a caricare l'idea: per lo più mostravano un'accozzaglia di figure indistinte che il nevischio rendeva granulosamente uniformi.
Deliberatamente o no, rievocavano potenti immagini archetipiche come quelle delle fotografie primo Novecento di Edward S. Curtis (a loro volta attente ricostruzioni di un passato idealizzato) o dei vecchi film.
Creavano l'inequivocabile sensazione che si stesse assistendo a qualcosa di non propriamente vero, e sicuramente a qualcosa di non realmente contemporaneo.
Tra i nativi americani che vi parteciparono le sensazioni erano tutt'altre.
Ogni sera i cavalieri – designati nell'insieme col nome di Sitanka Wokiksuye –sedevano intorno a grandi falò e, con il dolore e l'intensità emotiva di chi partecipa a un incontro revivalistico, parlavano delle vicende degli antenati e del loro profondo significato per i Lakota contemporanei.
Una donna sulla trentina, Marie Not Help Him, pianse nel rievocare come le madri avevano cercato di proteggere i figli coprendoli con i propri corpi.
«So quanto siano state coraggiose», disse. «Spero di poter essere altrettanto forte...».
Un'altra, la voce rotta, disse semplicemente:
«Ho sempre cercato qualcosa da poter fare per aiutare la mia gente, quelli che sono qui oggi e quelli che hanno perso la vita cento anni fa e stavano facendo qualcosa di buono».
Tale profondità di sentimento per le vittime del massacro derivava, sicuramente, dalle storie tramandate su di loro di generazione in generazione, che ne preservavano la memoria in quanto individui: i loro caratteri, le loro peculiarità, gli eventi buffi o tragici delle loro vite (quanti europei o americani conoscono anche solo i nomi dei propri antenati di un secolo fa?).
Ma i loro spiriti venivano anche percepiti come presenze tangibili, esseri viventi nel qui e ora.
Lo stesso Sitanka Wokiksuye si stava svolgendo secondo le loro istruzioni, rivelate in sogno a un giovane lakota cinque anni prima.
Molti cavalieri affermarono di averli uditi o percepiti, durante il viaggio.
«Gli spiriti mi hanno dato un segno fisico della loro presenza: il rumore degli zoccoli dei loro cavalli», disse uno di loro. «Cioè io viaggiavo, facevo la stesso identico percorso che avevano fatto loro, e loro viaggiavano al mio fianco».
Questa idea fu ripetuta da Birgil Kill Straight, uno dei coordinatori della Cavalcata: «Gli spiriti si uniscono a noi [...]. Digiunando, arrivi a un punto in cui sai che ci sono, li vedi, li senti, viaggi con loro e loro ti raccontano cose sul futuro e sul passato. Noi lo chiamiamo il cerchio, la comprensione [...] è la stessa cosa; esiste all'interno di quello che chiamiamo il sacro cerchio».
La credenza che noi occupiamo il centro di una realtà in cui, in qualche modo, convergono passato, presente e futuro, è comune a molte culture native americane.
Ciò significa che, in un evento come la Cavalcata di Wounded Knee, la commemorazione dei morti è inestricabilmente legata alla preoccupazione per i vivi e per quelli che verranno.
Gli organizzatori del Sitanka Wokiksuye hanno messo subito in chiaro che non si trattava solo di una commemorazione. Ponendo fine a cento anni di lutto, essi avrebbero liberato al tempo stesso sia le vittime del massacro che i loro discendenti, consentendo a tutti i Lakota di cominciare a "riparare il sacro cerchio".
E questo processo di rinnovamento nazionale non significava soltanto tornare alle pratiche spirituali tradizionali ma anche – come spiegò Alex White Plume, un altro coordinatore – muovere passi concreti per affrontare i problemi attuali: venire a capo della disgregazione sociale e familiare, «prendersi cura dell'ambiente [... e] cercare di liberarsi dall'alcol e dalle droghe».
Tuttavia questa preoccupazione per il presente e per il futuro è stata scarsamente recepita dai media.
Da un punto di vista occidentale, quello che i Lakota dicevano sulla presenza degli spiriti e sul sacro cerchio non faceva che confermare l'impressione che tutti loro fossero esotici relitti di una qualche epoca primitiva (benché non per questo meno affascinante).
Naturalmente, la commozione di molti spettatori per la Cavalcata e per la profondità di sentimenti che generava era genuina. Ma c'era anche la netta sensazione che i partecipanti stessero in qualche modo sostenendo il ruolo che ci si aspettava da loro, il ruolo principale degli indiani secondo la cultura americana di tutto il ventesimo secolo: ovvero, aiutare l'America a immaginarsi la propria storia.
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