La danza
Il Bharata Natyam è probabilmente la più antica tra le danze classiche indiane, ed è possibile ricostruirne la storia a partire da circa 2000 anni fa grazie a diverse fonti letterarie: da una parte il Shilappadhikaram e il Manimekhalai, due importanti testi della letteratura Sangam che trattano dell’arte della danza; e dall’altra i testi sanscriti. Tra quest’ultimi è molto importante il Natyasastra, un testo la cui stesura era stata affidata da parte degli dei al saggio (muni) Bharata, in cui si trovano scritti sulla tecnica e sui ruoli che il danzatore può interpretare.
La forma in cui si presenta il moderno Bharata Natyam può essere tracciata partendo dalla sua forma antica originale, per esempio la tecnica di movimento che questo stile segue viene spontaneo ricondurla alle sculture del quinto secolo, dove è testimoniato che la posizione comune a tutte le danze classiche era l’ardhamandali, una posizione che prevede un piegamento sulle ginocchia ruotate il più possibile verso l’esterno; e dal decimo secolo, grazie ancora alla testimonianza della scultura, questa posizione base era comune agli stili di danza dall’Orissa al Gujarat e da Khajuraho a Trivandrum. Dopo il decimo secolo sembra che il Bharata Natyam si sviluppi maggiormente nel Sud dell’India e arrivi gradualmente ad essere concentrato e ristretto nell’area geografica che ora è conosciuta come il Tamil Nadu. Durante gli imperi Chola e Pallava si assiste ad una fervente costruzione di templi ed è proprio in questo periodo che abbiamo la testimonianza che i re di queste dinastie, dei Chola in particolar modo, mantenevano le danzatrici nei templi ed avevano una profonda conoscenza della musica e della danza. Nel quattordicesimo secolo troviamo ancora testimonianze scultoree delle posizioni di danza, di grande rilievo artistico sono da ricordare i 108 karanas scolpiti sui quattro gopuram (torri) del tempio di Shiva Nataraja a Chidambaram. Tra il diciassettesimo e il diciannovesimo secolo questo stile di danza crebbe sotto il sostegno della corte dei Maratha a Tanjore. In questo periodo la tradizione della danza nei templi e nelle corti andavano in parallelo, nei primi le Devadasi offrivano le loro danze come parte dei rituali agli dei, e nelle corti invece danzatori professionisti offrivano i loro spettacoli al re e alla sua corte. Questa ricca e vibrante tradizione venne ad un certo punto fermata attraverso un atto della Presidenza di Madras, che bandiva le danzatrici dai templi e relegava lo status sociale di chi interpretava spettacoli a misero e degradante. Di conseguenza nel periodo successivo, dal 1910 al 1930, quest’arte ha subito degradazioni e ingiuste ritorsioni sociali. Quasi subito però molti movimenti si sono mossi contro lo stigma sociale imposto alle arti ed in particolar modo alla danza. Nel 1926 E. Krishna Iyer, nel 1935 Subramania Bharati, riaccesero gradualmente la torcia che illuminava un tempo il valore della danza. Il contribuito decisivo che risollevò lo status sociale del Bharata Natyam, fu però quello di Rukmini Devi, una donna appartenente ad un’alta casta sociale, che attraverso il suo training in Bharata Natyam diede vita al rinascimento della danza; così molte Devadasi decisero di danzare in pubblico e di insegnare a ragazze e donne, la maggior parte appartenti a caste sociali elevate, le tecniche di danza. Il periodo dopo l’indipendenza dall’impero britannico fu un’era di grande ricostruzione, a partire dall’identità del popolo indiano fino alla rinascita delle forme artistiche.
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